Informazione e Democrazia: il prezzo della verità
C’è un punto in cui l’informazione smette di essere solo un servizio pubblico e diventa un termometro della salute democratica. Quel punto, oggi, sembra sempre più vicino. Gli episodi recenti che hanno coinvolto alcuni giornalisti e conduttori televisivi, oggetto di pressioni, attacchi verbali, nei casi estremi fisici, o campagne di delegittimazione, pongono una domanda urgente.
Quanto è ancora libera l’informazione in un Paese che si definisce democratico?
La libertà di espressione non è mai una conquista definitiva. È secondo me, un equilibrio delicato, che vive nel confronto, nella tolleranza del dissenso, nella possibilità di porre domande – anche scomode – senza timore. Quando però questo spazio si restringe, anche impercettibilmente, il rischio non è solo per i media, ma per tutta la collettività.
E sì , perché un’informazione meno libera significa cittadini meno consapevoli, e quindi meno liberi.
Sempre più spesso assistiamo a una retorica che tende a screditare il lavoro giornalistico, accusandolo di faziosità o di secondi fini. A volte, chi dovrebbe rispondere preferisce spostare l’attenzione, presentandosi come vittima piuttosto che interlocutore. È un meccanismo sottile, ma pericoloso, perché mina la fiducia nella funzione essenziale del giornalismo – controllare il potere, raccontare la realtà, dare voce a ciò che altrimenti resterebbe invisibile.
L’indipendenza dell’informazione non è garantita solo dalla legge, ma dalla cultura democratica che la sostiene. E questa cultura si alimenta anche nella capacità collettiva di difendere chi fa domande, di ascoltare anche ciò che disturba, e di non accettare che il silenzio diventi la norma.
Non si tratta di schierarsi da una parte o dall’altra. Si tratta di custodire uno spazio comune che è quello della verità possibile, costruita giorno dopo giorno da chi cerca, verifica, racconta. Un Paese che umilia o isola i suoi cronisti, alcuni con querela in molti casi perché chiedono solo trasparenza dei fatti, è un Paese che, lentamente, smette di riconoscere a se stesso il diritto di sapere.
In un’epoca in cui la sfiducia cresce, la partecipazione cala e le piazze si riempiono più delle urne, l’informazione non può diventare un capro espiatorio.
Al contrario, è lì che dobbiamo guardare se vogliamo ancora credere nella democrazia come qualcosa di vivo e inclusivo.
Difendere la libertà di espressione significa difendere il diritto a comprendere. E questo, oggi più che mai, è un gesto di responsabilità collettiva.
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