Totò, il Principe eterno della risata. Vita, genio e malinconia di Antonio de Curtis – Napoli non lo ha mai dimenticato. L’Italia nemmeno. Antonio de Curtis, in arte Totò, è stato molto più di un attore comico. È stato un linguaggio, un modo di stare al mondo, una maschera capace di raccontare vizi, debolezze e nobiltà di un intero Paese. Nato il 15 febbraio 1898 nel rione Sanità di Napoli, figlio naturale di Anna Clemente, crebbe tra difficoltà economiche e ironia popolare. Solo più tardi fu riconosciuto dal padre, assumendo quel cognome aristocratico che avrebbe trasformato in parte integrante del suo mito.
Dal varietà al grande schermo
Prima del cinema, il palcoscenico. Nel teatro di varietà Totò affinò quella mimica elastica e surreale che lo rese unico. Il volto come una maschera di gomma, il corpo capace di movimenti improvvisi e grotteschi, lo sguardo sospeso tra furbizia e malinconia.

Negli anni ’40 e ’50 divenne il sovrano del botteghino. Film come Guardie e ladri, accanto a Aldo Fabrizi, o Totò, Peppino e la… malafemmina restano capolavori della commedia italiana. In Miseria e nobiltà il suo Felice Sciosciammocca è diventato il simbolo immortale dell’arte di arrangiarsi. Girò oltre novanta film, conquistando prima il pubblico e poi la critica. Nel 1951 vinse il Nastro d’Argento per Guardie e ladri, consacrando definitivamente il suo talento.
Dietro la risata viveva un poeta. Totò scriveva versi in dialetto napoletano, spesso intrisi di malinconia e umanità.
La sua poesia più celebre è ’A Livella, composta nel 1964, una riflessione ironica e profondissima sull’uguaglianza degli uomini davanti alla morte.
“Ogn’anno, il due novembre, c’è l’usanzaper i defunti andare al Cimitero…’A morte ’o ssaje ched’è?… è una livella”. Ma fu con Malafemmena che mostrò il lato più intimo e sentimentale. Scritta nel 1951, è una struggente dichiarazione d’amore ferito:”Si avisse fatto a n’atochell’ ch’hê fatto a mme…Ma io nun t’’o ddico,pecché te voglio bene”.

Parole che raccontano orgoglio e resa, dolore e perdono. La poesia, musicata, divenne un classico intramontabile della canzone napoletana.
Un aneddoto che è già leggenda
Tra le scene più iconiche della sua carriera resta quella in cui “vende” la Fontana di Trevi a un ingenuo turista nel film Totòtruffa ’62.

Con eleganza e finta serietà, Totò costruisce una truffa surreale che è diventata simbolo della sua comicità. Intelligente, teatrale, mai volgare. Ancora oggi quella sequenza è citata come esempio perfetto del suo genio.
Totò amava definirsi “principe”, titolo ricevuto nel 1933 dopo un’adozione nobiliare. Ironia della sorte, fu davvero un principe – non dei palazzi, ma del popolo. Morì il 15 aprile 1967 a Roma. Napoli si fermò. Migliaia di persone affollarono le strade per accompagnarlo nell’ultimo viaggio. Un dolore collettivo, come se fosse scomparso un parente di famiglia.
Attori come Massimo Troisi e Roberto Benigni hanno riconosciuto il suo debito artistico verso di lui. Ma l’eredità di Totò non si misura solo nel cinema, egli vive nelle espressioni quotidiane, nelle battute tramandate, nelle smorfie imitate ancora oggi. Totò non faceva soltanto ridere. Raccontava l’umanità, con le sue miserie e la sua dignità. E forse è proprio questo il suo segreto, dietro ogni sorriso, c’era sempre una verità. Per questo, a quasi sessant’anni dalla sua scomparsa, il Principe della risata continua a vivere. Non solo nei film, ma nel cuore di chi, ancora oggi, sa riconoscere nella risata la forma più alta dell’intelligenza.
128 anni di genio, ironia e umanità che continuano a parlare al cuore dell’Italia.
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