L’omertà che uccide, bullismo e invisibilità: responsabilità è anche scegliere da che parte stare- Negli ultimi mesi un’altra tragedia ci richiama con forza l’urgenza di parlare e agire sul bullismo.
Un ragazzo si è tolto la vita, alle spalle, indizi ancora da chiarire, ma emerge un quadro fatto di derisione, isolamento, estremizzazione della violenza verbale e cyberbullismo.
I tempi odierni, quando il confine tra offesa e tragedia diventa labile. Amplificazione digitale. Non sono più solo le parole sussurrate nei corridoi di una scuola, in strada, oggi ogni insulto, ogni gesto umiliante, può essere filmato, condiviso, commentato in una chat.

La vittima si sente inseguita, anche nel privato, persino nel silenzio che dovrebbe proteggerla.
Nel caso di Latina, le chat hanno aggiunto peso al tormento del ragazzo. Pressione della normalità estetica e sociale – “Essere normale” – è diventato un diktat magrezza, abbigliamento alla moda, capelli giusti, orientamento sessuale “accettato”, ruoli di genere precisi. Chi si discosta da questi modelli – per timidezza, diversità, vulnerabilità – diventa subito un bersaglio. Scuola e istituzioni fragili , quando dovrebbero essere culla di insegnamento civico e umano, barriere protettive. E le denunce arrivano anche, ma spesso l’intervento è sottovalutato rispetto ai rischi reali e tardivo, frammentario, burocratico. L’una tragedia sospinge all’altra perché il sistema che dovrebbe prevenire – la comunità scolastica, la famiglia, gli adulti di riferimento – resta in tanti casi incapace di cogliere la gravità o di rispondere con efficacia. Poi, l’esposizione sull’onda virale di video, storie social, challenge – diventano strumenti di umiliazione che non hanno più confini. Il body shaming e la chirurgia estetica come standard adolescenziale, chi è segnato da segni sul corpo, cicatrici, peso diverso, diventa un “diverso” da escludere. Siamo nella cultura dell’apparenza? Marchi, gadget, status simbol – possono diventare discriminanti tra “chi conta” e “chi no” ? Rischio che il disagio si trasformi in silenzio estremo, depressione, fino al gesto disperato. Responsabilità diffusa tra compagni, insegnanti, social media, famiglie. Nessuno può restare spettatore. Serve una prevenzione che parta da piccoli segnali, dall’inizio di un disagio, ai cambiamenti comportamentali, richieste d’aiuto implicite. In conclusione questa tragedia non è uno schock imperscrutabile, ma è il punto di rottura di tensioni accumulate nella normalità quotidiana. Se restiamo in silenzio, se continuiamo a pensare che “non sarà peggio dell’ultimo caso”, restiamo complici. Perché l’omertà non è solo l’assenza di denuncia è il terreno su cui germoglia il dolore che non può fermarsi più… E allora, siamo tutti un po’ colpevoli e finché continueremo ad essere indifferenti e poco attenti al prossimo…sarà sempre troppo tardi!
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