Avellino – Quella di cui vi raccontiamo è una storia di resistenza civile, di coraggio contro il crimine organizzato, ma anche di solitudine istituzionale e di beffe giudiziarie che rischiano di scoraggiare chi ha scelto di stare dalla parte della legge.
Tra il 2004 e il 2008, un noto imprenditore della provincia di Avellino, stimato operatore nel settore dell’allevamento di animali con azienda operante nel comune di Lacedonia (Ditta Palladino Franco – l’imprenditore ha dato il consenso alla divulgazione del suo nome), diventa bersaglio di un gruppo criminale ben radicato e temuto sul territorio in quel tempo. Le modalità sono quelle tipiche dell’estorsione mafiosa: minacce velate, pressioni costanti, richieste di denaro mascherate da “favori” e prestiti imposti a tassi usurari. In breve tempo, la sua azienda – solida, attiva e conosciuta – inizia a vacillare, stretta nella morsa del debito e dell’intimidazione.
La scelta di rompere il silenzio
In un contesto dominato dall’omertà e da un senso diffuso di rassegnazione, l’imprenditore prende una decisione rara e coraggiosa e, grazie anche alla collaborazione ed al supporto di una nota associazione antiracket della provincia (SOS Impresa Avellino), denuncia i fatti. Si affida alle forze dell’ordine, che danno avvio a un’indagine complessa, durata anni, che si scontra con un muro di silenzi e reticenze ma che, alla fine, porta all’arresto e al processo dei responsabili.
Il procedimento giudiziario si apre inizialmente presso il Tribunale di Sant’Angelo dei Lombardi, per poi proseguire ad Avellino, dove si conclude dopo vai anni con una sentenza definitiva di condanna a carico dei responsabili. Per la giustizia, è una vittoria. Per l’imprenditore, un sollievo parziale.
Un aiuto dallo Stato, una nuova possibilità
Dopo anni di vessazioni e un fallimento sfiorato, l’uomo si rivolge allo Stato per chiedere quanto gli spetta come vittima di usura e di estorsione. In base alla Legge n. 44/1999, che tutela le vittime di reati mafiosi e usurari, viene avviata una lunga e articolata istruttoria che coinvolge le istituzioni locali e centrali. Alla fine, lo Stato riconosce il suo diritto a un contributo di solidarietà, un sostegno economico destinato alla ripresa dell’attività imprenditoriale.
L’imprenditore reinveste la somma ricevuta nell’acquisto di beni aziendali, come previsto dalla normativa. Ricostruisce le basi del suo lavoro nello stesso comune di Lacedonia, riapre la sua attività e cerca, con fatica ma determinazione, di riprendere il controllo della sua vita e del suo destino. È la fase della ricostruzione, della rinascita.
La beffa: da vittima a imputato
Ma proprio quando tutto sembrava tornare alla normalità, tra il 2021 e il 2023, arriva la seconda ingiustizia. A seguito di un controllo della polizia tributaria, l’imprenditore viene accusato di aver utilizzato irregolarmente parte del contributo pubblico ricevuto, arrivando persino ad essere sospettato di aver simulato operazioni commerciali inesistenti per ottenere vantaggi fiscali indebiti.
Viene aperto un procedimento penale a suo carico. Le accuse, gravi, rischiano di cancellare anni di sacrifici e di offuscare la sua reputazione, proprio quella che aveva difeso a caro prezzo con la sua denuncia. Si ritrova da vittima di usura a imputato, in un paradosso giudiziario che mette in luce le contraddizioni di un sistema che non sempre sa distinguere con chiarezza chi ha combattuto il crimine da chi lo perpetua.
L’assoluzione e le ferite invisibili
Dopo mesi di indagini e udienze, arriva finalmente la verità giudiziaria: l’imprenditore (difeso dall’Avv. Francesco Saverio Pugliese) viene assolto con formula piena dal Tribunale di Avellino che ieri ha emesso una sentenza perché il fatto non sussiste. Le accuse si rivelano infondate, i sospetti inferti senza base. Ma il danno è ormai fatto. Le indagini, il clamore mediatico e la gogna sociale hanno lasciato segni profondi.
A essere compromessa non è solo la sua immagine pubblica, ma anche la fiducia in quello Stato che prima lo ha aiutato, ma poi ha rischiato di schiacciarlo sotto il peso del sospetto.
Una storia che interroga le istituzioni
Questa vicenda solleva interrogativi urgenti: come tutelare veramente chi ha il coraggio di denunciare la criminalità organizzata? È sufficiente concedere un aiuto economico, o serve anche proteggere la dignità personale e imprenditoriale delle vittime? Quali garanzie ha chi si espone in prima linea, quando persino un controllo amministrativo può diventare occasione di nuova ingiustizia?
In un Paese dove il numero di denunce per usura ed estorsione è ancora drammaticamente basso, storie come questa devono essere raccontate, non solo per onorare il coraggio di chi ha resistito, ma anche per pretendere risposte più giuste e tempestive da parte delle istituzioni.
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