Ci sono storie che scorrono in superficie ed altre che restano nascoste in profondità. Oggi siamo qui per far emergere quella di Trizzillo. Benvenuti nella Falda. Che poi è un nome d’arte, perché in realtà sei Andrea. Andrea, anche detto Trizzillo. Lo ripetiamo insieme: non è un competitor di Falda, no. Questa esperienza potrebbe essere un bel matrimonio: noi un po’ più di serietà da voi, un po’ più di leggerezza, diciamo così. Un matrimonio, almeno un fidanzamento.
Iniziamo da qualcosa. Partiamo dall’empatia che può generare una simpatia.
E poi arriviamo semmai ad un rapporto più solido e istituzionalmente riconosciuto.
Andrea, tu sei di Candida e oggi faremo emergere la tua storia e il modo in cui ti impegni per la nostra Irpinia, per una terra precisa, una parte della nostra Italia. Raccontaci la tua storia, chi sei e soprattutto perché. Come nasce?
Ecco, allora, io sono Andrea De Ruggiero e sono di Candida. Io lavoro con il teatro, sono attore, lavoro con diverse compagnie, con il Clan H di Avellino, con Tappeto Volante. Ne ho fatto una professione. Era una passione, è diventata una professione. Quando ciò che si attendeva come lavoro vero non è arrivato, quello che pensavo fosse solo una passione, per fortuna, mi ha salvato.
Lavoro anche come precario a scuola, di tanto in tanto, e niente. Io, come si legge nel claim del mio canale, non ho mai pensato di vivere altrove. Ecco, questo è il mio slogan. Ci tengo a vivere qui e questo canale serve a consolidare questa mia idea e a diffondere ciò che penso, ciò che vedo e ciò che io credo siano le potenzialità di questa terra, che quasi sempre vengono sottovalutate o ignorate.
Trizzillo, il mio nome, voglio partire da questo, è un soprannome che io avevo da ragazzino perché una volta, dai capelli che avevo lunghi e lasciavo solo una ciocca, mi chiamarono Trizzillo. L’ho scelto perché è un nome che rappresenta una persona ancora in tenera età, che vive tutto con ottimismo e non è ancora inquinata da quella disillusione, quello scoramento, quella rabbia che, ovviamente, la vita quotidiana, il malfunzionamento e le cose che non vanno generano.
Quindi io approccio tutto ciò che descrivo nei miei contenuti con ottimismo.
Possiamo dire che vediamo un’area interna, in questo caso l’Irpinia, con gli occhi innocenti di un bambino che è ancora in grado di stupirsi di tutto, perché ancora non è stato influenzato da quelle cattive frasi, da quelle storie tetre, cupe, che ci hanno raccontato dell’Irpinia: non ha servizi, una zona interna deve morire, dovete andare via, dovete andare a studiare, dovete andare fuori per essere felici.
E soprattutto non voglio negare quelle cose che sono storture o che effettivamente non funzionano, ma mostrare invece ciò che potrebbe e deve funzionare e potrebbe creare la possibilità di vivere in queste zone, piuttosto che sopravvivere altrove, come spesso capita ai nostri compaesani. Anelano ad una vita altrove che molto spesso non so capire perché preferiscano al vivere nella propria terra.
Quando nasce, a livello cronologico, e c’è stato un evento scatenante che ti ha convinto a riprendere questo personaggio, che già era evidentemente dentro te stesso, e a portarlo fuori, a farlo conoscere a tutti?
Ti spiego. àˆ nato a luglio scorso, quindi a luglio compirà un anno, dalla comunione di intenti mia e di Luis Colella, della Meta Web Communication. Lui aveva la volontà di trovare un influencer che parlasse di Irpinia, che promuovesse il territorio. Io, dalla mia, avevo la stessa idea, nata già tempo prima e che avevo già espresso in forma embrionale in alcuni documentari.
Ho girato con Geo, che sono andati anche in onda su Rai 3, dove pronuncio per la prima volta la mia frase: «Non vorrei vivere altrove. Non ho mai pensato di vivere altrove».
Dei contenuti che avete già generato in questo primo anno, perché siamo al primo anno di attività, di che cosa ti sei accorto? Nel senso: qual è la cosa che più viene reclamata fuori dall’Irpinia? Qual è quella che più vuole essere vista, quella che viene più richiesta, quella che suscita più emozioni della nostra terra?
No, fondamentalmente, dei nostri format sembra quasi che, quando ci convinciamo che uno funzioni meglio dell’altro, veniamo quasi sempre smentiti dalla realtà. In effetti tutti i nostri format, quelli che parlano di luoghi, quelli di ricette, quelli dove con ironia portiamo avanti le nostre tradizioni, piacciono. Più che altro piace la spontaneità del progetto, il fatto che sia spontaneamente legato alla terra, alla nostra terra, e non cerchi sovrastrutture, ma semplicemente diversi modi di narrare, ovviamente facendo appello alle mie passioni per l’arte, la cultura, la letteratura, il cinema.
Ci sono anche delle citazioni, ovviamente, che non cercano mai di scavalcare o di essere preponderanti rispetto al territorio, che deve essere il protagonista del mio canale insieme alle persone che ne fanno parte.
Viene quasi da dire che, anche con un parallelismo di marketing economico, il vantaggio competitivo delle nostre aree interne resta sempre la genuinità della vita e dei prodotti tipici.
Però, ovviamente, sempre con l’accortezza di non stereotipare e standardizzare, perché quello è un lavoro che si fa spesso, soprattutto sui social, quando il consenso, la crescita dei follower o delle visualizzazioni diventano il primo parametro di misura del successo. Si tende a prendere delle cose e a renderle standard o stereotipi e, per me, ad ucciderle.
Pur di avere il contenuto, il nuovo contenuto.
Io cerco di narrare il vero, che può avere anche delle cose che magari non piacciono, però sono vere. Quella è la cosa fondamentale, anche perché è diretto agli irpini, ma anche a chi abbia voglia di scoprire questa terra, a chi non ne abbia mai sentito parlare, non abbia mai visto qualcosa e magari potrebbe essere incuriosito.
Quindi raccontiamo: hai già fatto dei focus, altri hai intenzione di farli, magari partendo da Candida e arrivando quasi verso la Puglia, quindi nella zona che ultimamente definiamo l’Irpinia baronica? Oppure ti vuoi focalizzare prima su altre parti o su dei prodotti tipici specifici?
Non abbiamo un tragitto, un percorso già scritto. Per noi l’Irpinia verrà toccata tutta e non dico in modo casuale, ma senza seguire un percorso che possa anticipare già i nostri futuri video. Per noi, da Avella a Zungoli, qualunque paese potrebbe essere toccato nelle future tappe. Tutto è emozionante. Anche perché l’Irpinia, essendo una terra di mezzo baciata da diversi confini, non è unica: ha diversi modi di essere Irpinia.
Ed è quello il fascino grandissimo che io vorrei si capisse. Delle volte, quando noi facciamo i nostri contenuti sulla cucina e tocchiamo una ricetta tipica, ci sono molti consensi, poi c’è sempre qualcuno che dice: «Da noi si mettono i peperoni», «Da noi no». E io amo questa cosa, perché quando c’è vivacità in una ricetta vuol dire che è ancora viva, che non è una formula morta e fissata, che deve essere riprodotta e basta.
Ti fa capire che il territorio è ancora presente e poi ti assumi anche la responsabilità di dare eternità a quella ricetta, nel caso specifico, a quel contenuto o comunque a quella storia. Una volta portato sul web, magari anche con il testo, a quel punto sarà fruibile, ricercabile da chiunque. Perché non ci dimentichiamo che uno dei nostri limiti, anche il limite del nostro parlare vernacolare, dei nostri dialetti, delle nostre espressioni, è che non sono presenti su Internet. E quando non sono presenti su Internet oggi è come se non esistessero. I motori di ricerca non ci arrivano e quindi, ovviamente, per chi volesse anche imparare, tra virgolette, non è possibile.
Oggi chiunque può acquistare o anche gratuitamente imparare a suonare la chitarra o imparare una lingua, ma difficilmente si troveranno contenuti di un dialetto specifico, nel caso di una terra interna. Questo di per sé nasconde già una criticità del nostro comportamento come società: il fatto che oggi si pensi che i figli non debbano parlare il dialetto, quando è assurdo. Io dico sempre: un figlio deve conoscere prima di tutto il dialetto e conoscere bene quel codice universale che ci rende italiani, che è l’italiano.
Ma le cose devono essere parallele, l’una non nega l’altra. Citando una frase che ho detto prima, che avevo rubato a Pasolini, riguardante la globalizzazione dell’Italia, che aveva già anticipato con i suoi Scritti corsari, diceva: «Ci stanno uccidendo nei nostri diversi modi di essere italiani». Cioè sembra che gli italiani abbiano imparato l’italiano più con il linguaggio, con il gergo tecnico acquisito col consumismo, che con la vicinanza culturale o con la necessità di fondersi culturalmente. Diceva lui che gli italiani, da Nord a Sud, sono più uniti da parole come «frigorifero» che da parole che invece abbiano un’origine culturale, letteraria.
Così come, ad esempio, gli eschimesi hanno decine di termini per identificare il ghiaccio, i vari tipi di ghiaccio, magari da un paese all’altro dell’Irpinia cambia la parola per descrivere un determinato frutto o un oggetto. àˆ quella la ricchezza linguistica. àˆ quello che dobbiamo capire: la vita dei dialetti e la lunga vita dei diversi dialetti potrebbe generare ricchezza.
Io non sono un linguista, non ho perizia in merito, però sono quasi certo che il periodo brutto che sta passando la lingua italiana, che si sta spegnendo ed è diventata piatta, sia dovuto anche a questo: al fatto che si sia spento il fuoco, la forgia, che era quella dei dialetti, dei provincialismi, dei regionalismi. Ora stanno scomparendo, siamo tutti uguali.
Un ragazzino di Pantelleria si esprimerà in modo identico ad uno di Milano, ma non vivono per niente la stessa caratteristica vita territoriale. Ed è assurdo. Purtroppo sì, è qualcosa a cui dobbiamo far fronte. Anche perché, ancora prima di passare ad una lingua comune a discapito di tutti i vari dialetti di cui l’Italia è stracolma, probabilmente perderemo la scrittura stessa della lingua, tra i messaggi vocali e l’intelligenza artificiale per generare i contenuti.
E sarebbe il lato più comodo, mai il migliore, ma sicuramente il più comodo. Comunque, fatto sta che la mia volontà è quella di avere dietro questi concetti, che potrebbero sembrare pesanti, però filtrarli attraverso un linguaggio che non debba essere per forza stupido, ma comprensibile a tutti. Non so se tu hai consultato i nostri contenuti.
C’è un format che si chiama «Sento fame», che esula un po’ dalla tradizione in senso stretto, ma vede me alle prese con qualunque tipo di lavoro che, a un certo punto, preso dalla mia fame atavica, interrompo per correre a mangiare. Quella è un po’ la ricerca di una comicità alla Chaplin, che nasconda un messaggio profondo. Quella fame non è solo fame materiale, di cibo, ma anche fame di curiosità, di necessità di conoscere. Ecco, dire alle persone che le necessità, delle volte, sono fondamentali rispetto al modo razionale di costruire la propria vita. Perché questi ragazzi, e anche noi, stiamo perdendo la spontaneità nel vivere, ma anche la curiosità.
Non c’è più la necessità di interessarsi a nulla, non c’è più la curiosità. Ma sai perché? Perché noi vediamo la vita come una cosa che deve essere gestita con progettualità e razionalità, che sicuramente devono essere una parte fondamentale, altrimenti non ci raccapezziamo più. Come diceva Pirandello, però, dovremmo conservare un po’ di spontaneità, un po’ di artistico, un po’ di voglia di scoprire, di sapere e soprattutto di non conoscere già il nostro futuro, altrimenti si perde proprio il sale nella minestra.
Proprio così. Noi che giochiamo sostanzialmente a fare i content creator dell’Irpinia, delle aree interne, e ci rivolgiamo a diversi tipi di pubblico, abbiamo diversi tipi di target, ma soprattutto abbiamo la necessità di far comprendere ai giovani, e speriamo di arrivarci, che prima di loro c’è stato tanto. C’è stato tanto di bello, soprattutto a livello di ricette, tradizioni, proverbi, modi di dire, eccetera.
Tutto questo è corretto, è fondamentale. Proprio attraverso l’alleggerimento di alcuni argomenti io voglio essere trasversale: prendere la persona adulta che abbia perso quelle origini e fargliele riscoprire, e i ragazzini, invece, che magari ancora non conoscono delle cose, e fargliele scoprire attraverso il gioco, che, dice un amico mio, è una cosa seria. Ma è così. Attraverso la leggerezza, ovviamente, c’è pure una profondità, però non per forza deve esserci una pesantezza. Delle volte le cose devono arrivare. Per entrare in empatia con un ragazzino non devi, per forza, piegarti al linguaggio moderno, ma avvicinarti. Magari esiste una curiosità, si accende una scintilla e diventa qualcosa.
Ma sai perché? Io penso che, delle volte, siamo anche noi, parlando delle nuove generazioni, ad essere diventati più bacchettoni di quello che pensavamo fossero le nostre precedenti generazioni. «I giovani non sanno». Ma non è vero. Ognuno contestualizza il suo modo di essere in base a ciò che è il suo vissuto. Quindi avviciniamoci, cerchiamo di capire, di venirci incontro. E noi dobbiamo cercare di ricucire quel filo, quel filo che si è spezzato, che rende una tradizione lineare nel tempo. Cerchiamo di riprenderla. I ragazzi sono curiosi, perché se prima buona parte della cultura, della tradizione popolare, veniva tramandata in casa, perché le nuove generazioni guardavano le precedenti generazioni, oggi questo racconto, questa grammatica domestica, non esiste più.
Siamo presi da tante cose, perché in casa ci stiamo poco, perché insieme ci stiamo poco. La ricetta non c’era bisogno di chiederla alla nonna. La tradizione faceva la pizza naturalmente, perché non era considerata tradizione: la faceva perché era una cosa quotidiana. Quindi non c’era bisogno di farne un discorso razionale: «Manteniamo le tradizioni». Dobbiamo cercare anche noi di viverle spontaneamente, queste cose, perché la spontaneità, come ho detto prima, i giovani la capiscono. Se è spontanea, arriva. Se è un discorso articolato, pesante, quasi a puntare il dito, ovvio che una lectio magistralis sulla filologia, sull’etimologia e su tutte queste cose crea freddezza.
A questa freddezza io non ci credo. àˆ che abbiamo perso noi, certe volte, la volontà di farci capire. Invece prendiamola al balzo questa possibilità, così arriviamo direttamente. E magari qualcuno un giorno ci sostituirà. Io, vedere persone che abbiano questo intento, lo troverei bellissimo, stupendo. Se dovessi sapere che domani qualcuno si è innamorato di un progetto del genere e vuole portarlo avanti, io mi farei da parte subito. Sarebbe un’appartenenza bellissima, stupenda. Vuol dire che vivremo in un mondo migliore, sicuramente.
E come lo spera e come lo fa Trizzillo, lo spera di fare anche Falda. àˆ quello che vogliamo fare: far emergere delle storie, delle storie fantastiche come la tua, come la storia di tanti che sono passati qui a trovarci all’interno di Falda. Abbiamo fatto emergere queste storie perché magari siano anche d’ispirazione. Quindi continuate a seguirci, continuate a farvi ispirare dalle storie che emergono dalla Falda.
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