“Riflessione confederale della Cgil Avellino”, 10 gennaio 2026. – Nuovo anno, vecchie vertenze, la situazione mondiale, per dirla con un adagio, non è buona e in provincia di Avellino rispetto all’inizio del 2025 abbiamo qualche problema in più e un po’ di confusione aggiuntiva.

E allora facciamoci guidare dai dati per aprirci ad una stagione di lotta e di vera resilienza (la ripresa è un miraggio) perché la sfida in ballo è la sopravvivenza delle nostre comunità.I numeri sono numeri, non mentono né sono interpretabili, fanno male. Nel 2023 Avellino ha visto nascere 2.583 bambini ed ha visto andare via 4.803 persone. Sono 2.220 abitanti in meno, un calo dello 0,6% della popolazione. Solo l’11,5% degli abitanti ha meno di 14 anni, mentre il 23,9% ne ha più di 65. È come se il tempo avesse iniziato a scorrere all’indietro, come se il futuro avesse perso forza e il passato avesse preso il sopravvento. E anche quando arrivano persone dall’estero – 1.022 nel 2023 – non basta, perché 638 se ne vanno. È un equilibrio fragile, troppo fragile per cambiare il destino. E mentre in provincia di Avellino i conti non tornano, l’Italia intera fa i conti con la denatalità, registrando nel 2024 appena 369.944 nascite, quasi diecimila in meno dell’anno precedente. L’indice che descrive il numero medio di figli per donna in età fertile scende a 1,18, e nei primi mesi del 2025 tocca 1,13. Il Paese, di fatto, ha meno possibilità di generare futuro, e, nel frattempo, potremmo dire che è come se la speranza di un futuro migliore avesse meno spazio-tempo per alimentarsi. Lo spopolamento non è un concetto astratto. Lo vediamo nelle scuole che chiudono, nei plessi che si accorpano, nelle aule che restano vuote. Ogni scuola che scompare è un pezzo di comunità che si spegne, un luogo di incontro che si dissolve, un segnale che dice ai giovani: “qui non c’è più posto per te”. Lo vediamo nella sanità, dove l’invecchiamento della popolazione – con oltre il 23,9% di residenti sopra i 65 anni – trasforma, in un continuo “codice grigio”, ogni ambulatorio in un fronte di emergenza, ogni ospedale in un luogo dove la domanda supera sempre l’offerta, ogni medico in un presidio di resistenza. È un territorio che chiede aiuto, che chiede cura, che chiede presenza. Dentro questo quadro già fragile, i numeri dicono anche che le amministrazioni locali avellinesi combattono una battaglia quasi impossibile. Negli ultimi dieci anni i comuni della provincia hanno perso oltre il 28% del personale, con punte che superano il 35% nei centri più piccoli. In molti uffici tecnici è rimasto un solo geometra, alcuni territori sono seguiti da una sola assistente sociale.Il 72% dei comuni irpini è classificato a bassa capacità amministrativa e il 41% ha difficoltà strutturali nella gestione dei fondi europei. Il 54% dei comuni sotto i 5.000 abitanti non ha un ufficio dedicato alla progettazione e il 63% ha dichiarato di non riuscire a partecipare ai bandi PNRR per carenza di personale tecnico. La spesa corrente è assorbita per oltre il 78% da costi obbligatori, lasciando briciole per investimenti. Un comune irpino investe meno di 90 euro per abitante all’anno, contro i 140 della media nazionale. Il tasso di realizzazione delle opere pubbliche è fermo al 47%, con tempi medi di completamento che superano i 1.020 giorni. Il 39% dei segretari comunali è reggente, il 52% dei responsabili finanziari è a scavalco, il 44% dei tecnici lavora part‑time. È un sistema che si tiene in piedi per dedizione, non per forza. Per dirla senza mezzi termini: siamo al disastro, l’ordinaria amministrazione sulla si regge sulla volontà dei suoi interpreti e, non raramente, si scontra con un approccio poco lucido e poco virtuoso.Sul lavoro, il Rendiconto Sociale INPS 2024, i dati della Camera di Commercio Irpinia-Sannio 2025 e tutte le elaborazioni statistiche (come il Piano Strategico dell’Università del Sannio che guarda ai territori di Avellino e Benevento) ci raccontano una situazione non meno drammatica. I contratti stabili diminuiscono, quelli a termine aumentano, i rapporti di lavoro part‑time raggiungono il 33,4%, le retribuzioni restano più basse della media nazionale e le famiglie riescono a spendere solo 15.200 euro l’anno, contro i 21.000 della media italiana. È un territorio dove si risparmia per paura, non per scelta, dove la precarietà non è un episodio ma una condizione che accompagna intere generazioni. E così i giovani se ne vanno. Il dato nazionale indica che tra il 2011 e il 2024 oltre 630.000 ragazze e ragazzi tra i 18 e i 34 anni hanno lasciato l’Italia, con un saldo negativo di 377.000 unità. Sono partenze che lasciano stanze vuote, sedie vuote, tavoli apparecchiati per qualcuno che non tornerà. Sono partenze che costano 134 miliardi di euro di capitale umano. Il problema è sistemico: mentre il Sud si svuota, il Nord non riesce più a trattenere nemmeno chi ha un lavoro stabile, gli affitti sono aumentati del 40% in cinque anni, mentre gli stipendi pubblici sono rimasti fermi o quasi. Non è un caso se oltre il 40% dei dipendenti pubblici under 40 del Nord valuta di tornare al Sud. Ogni anno 121.000 persone si spostano verso il Nord, ma 63.000 tornano indietro.In questo contesto, le politiche attive del lavoro non stanno svolgendo la funzione per cui sono state finanziate. Il Programma GOL, pur avendo preso in carico oltre 2,5 milioni di persone, continua a misurare i percorsi avviati più che gli esiti occupazionali. I tirocini InPA, finanziati dal PNRR, non possono trasformarsi in assunzioni dirette e si esauriscono senza generare sbocchi reali. In molti territori, e in particolare nelle aree interne, le politiche attive si stanno trasformando in un nuovo ammortizzatore sociale mascherato, una sorta di Reddito di Cittadinanza indiretto, che offre percorsi formativi e tirocini privi di reali prospettive occupazionali. E poi in “cauda venenum”, se si va ad analizzare, ad esempio, l’impatto del reclutamento GOL si osserva ancora qualche rigurgito di clientela tardo-democristiana: amici, amici degli amici, sostenitori elettorali, insomma l’annosa piaga di assunzioni fini a se stesse e non costruite con una reale prospettiva di sviluppo occupazionale.Sul piano produttivo, le industrie restano centrali ma vivono difficoltà profonde. I grandi gruppi dell’automotive e del farmaceutico hanno capacità di innovazione e export, ma non generano occupazione diffusa, mentre le piccole e medie imprese, che rappresentano la spina dorsale del territorio, sono vulnerabili e faticano ad attrarre giovani lavoratori. Eppure, accanto a queste fragilità, esistono anche elementi di forza che non possiamo ignorare. Il terzo settore, con oltre 1.800 enti attivi nelle due province di Avellino e Benevento, pari al 18% della Campania, rappresenta una rete sociale preziosa, il problema è che spesso gli enti iscritti al RUNS svolgono, soprattutto nelle aree più interne, il ruolo di un presidio sostitutivo dei i servizi che dovrebbero essere erogati dal sistema paese. Un meccanismo virtuoso nasconde nella realtà una debolezza e interpreta, spesso, l’unica infrastruttura stabile nei comuni più piccoli. Se proprio vogliamo trovare un tema positivo possiamo guardare speranzosi ad una certa vitalità della cultura e della creatività che in Irpinia raggiunge un’incidenza del 6% sul valore aggiunto contro il 5,7% nazionale e nel Sannio si attesta intorno al 5%. Questo dato dimostra che esiste un tessuto vivo, capace di generare identità, attrattività e sviluppo.Questo quadro complesso, racconta che l’Irpinia e le aree interne, sono affette da un male contemporaneo che si innesta su un disagio storico. Pertanto sarà impossibile immaginare di trovare una via di liberazione tutta “autogestita” ed “autosufficiente”. Le amministrazioni locali, le organizzazioni sindacali, il terzo settore, le imprese e le comunità stanno facendo tutto ciò che è nelle loro possibilità, ma non basta. Serve un intervento diretto, strutturale e immediato dello Stato Centrale, attraverso azioni che non immaginino solo extra-finanziamenti ma che disegnino diverse traiettorie di relazioni sociali e politiche. La Regione Campania attraverso le proprie strutture può rappresentare solo uno spazio politico di progettazione, supervisione e raccordo ma non può certamente vincere una battaglia di resistenza che trova la sua ragione in dinamiche ormai congiunturalmente extra-nazionali e globali.Per avviare questo percorso di interlocuzione forte, pragmatico e soprattutto collaborativo ed esperto ribadiamo con forza che occorre l’istituzione di una Cabina di Regia Regionale per le aree interne, dotata di poteri operativi e capacità di coordinamento capace di riunire istituzioni, sindacati, associazioni datoriali, terzo settore, scuole, università e mondo culturale, per andare oltre il solo amministrare l’esistente. Serve una visione, una direzione, una volontà collettiva che pensi e lavori esercitando la costruzione non soltanto l’emergenzialità. Serve, come minimo, uno schema di partneriato provinciale capace di intercettare vertenzialità e questioni prima che esse diventino disagio e problemi strutturali, sapendo programmare un futuro possibile. Le Aree interne non chiedono privilegi ma condizioni realizzabili di equità territoriale, non chiedono assistenza ma strumenti praticabili per tornare competitive, non richiedono interventi episodici, ma una strategia regionale, provinciale e locale stabile scollegata dalle logiche del consenso affaristico e personale.Servirebbe una svolta epocale nell’erogazione dei servizi e nel consolidamento delle speranze di vita. In maniera tale da consentire ai nostri giovani di andare via per realizzarsi attraendone altri che vogliano trovare la loro occasione di vita nel nostro territorio, immaginando, in futuro, un saldo positivo tra partenze ed arrivi. In una provocazione, che tale non è, per salvare la provincia di Avellino servirebbe un piano regionale capace di attrarre centinaia di migliaia di persone nei prossimi anni. Un risultato possibile, se si considerano i bassi costi e la altissima qualità della vita delle aree interne. Un risultato possibile se si è in grado di attrezzare i nostri territori di stato sociale e di infrastrutture adeguate.Le province di Avellino e Benevento non sono condannate e non possono esserlo per decreto governativo. Sono ferite, trascurate, ma non sono perdute. La storia di questa terra ci insegna che quando le comunità si uniscono, quando il lavoro diventa motore di riscatto, quando la partecipazione torna a essere reale, anche le sfide più difficili possono essere affrontate e vinte. Oggi abbiamo bisogno di quella stessa forza, di quella stessa determinazione, di quella stessa capacità di guardare oltre l’ostacolo. Come già detto qualche tempo fa la CGIL Avellino è pronta a fare la sua parte, a guidare, a mobilitare, a difendere chi lavora, chi cerca lavoro, chi vuole restare e chi vuole tornare. Il futuro non è un destino già scritto, il futuro si conquista, e questa terra può tornare a essere protagonista se sceglie di farlo ragionando d’insieme, con coraggio, con dignità, con la consapevolezza che nessuna comunità è perduta finché continua a lottare per se stessa e per ciò che rappresenta.La Segreteria Confederale Cgil Avellino.
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