Raffaella Carrà, il ricordo che emoziona ancora: le testimonianze di chi l’ha conosciuta – A Barbara Boncompagni, figlia dell’adorato Gianni, aveva detto: «Con la mia morte, voglio sparire!». Segno di una forte riservatezza privata, desiderio encomiabile ma inesaudibile per un’artista che, immersa per anni nell’immaginario e nel cuore dei suoi ammiratori, era destinata a un ricordo, utile anche per mitigare il disorientamento da quel 5 luglio 2021, all’età di 78 anni, anonimo e amaro pomeriggio d’inizio estate, che ha interrotto bruscamente ogni “fiesta“, quando si spense, in un attimo, la sana allegria dei tanti che, come già riconosciuto dal The Guardian, avevano visto nell’eclettica Raffa un simbolo costante di gioia di vivere.

L’eco mediatica della Carrà, ben strutturata sull’essenza umana della Pelloni, ha indotto pertanto, da subito, musicisti, artisti, collezionisti e intellettuali a renderle il giusto tributo. Tra i primi a sentire il bisogno di renderle omaggio furono il pianista Maestro Bruno Santori e il trombettista Giacomo Tantillo, bergamasco il primo, palermitano il secondo, che “da Trieste in giù” la Carrà unì nel ricordo e nella preghiera.
«Appena sapemmo del passaggio delle ceneri di Raffaella a San Giovanni Rotondo – ricorda Santori – ci mettemmo in contatto con i frati cappuccini, chiedendo di poter suonare per l’occasione la versione strumentale delle canzoni della Carrà, alla quale sentimmo di porgere un ultimo saluto.»
«Quelle della Carrà non sono affatto canzonette – gli fa eco Tantillo in un altro garbatissimo colloquio telefonico – ma sono assimilabili a delle opere, che definirei sublimi per testo e melodia. Nonostante la mia preparazione sia nella tromba classica sia nel jazz, feci fatica, in un punto, a tenere una nota con il fiato». L’emozione dei due musicisti fu tanta, vista anche la presenza nella sala di esecuzione di Sergio Japino, fidato coautore, coreografo e regista dell’artista, della quale, essendole stato sentimentalmente legato per anni, ha rispettato con sensibilità le ultime volontà.
«Non so dire – riprende Santori – se in quella occasione abbiamo più suonato o pregato, perché l’atmosfera era davvero suggestiva. Ho diretto l’Orchestra del Sanremo di Bonolis dinanzi a milioni di italiani, ho curato gli arrangiamenti per un tributo a Bacharach, ma suonare al pianoforte “Rumore” e il “Tuca Tuca” mi ha emozionato»
Una canzone del repertorio della Carrà, meno nota ma non meno valida musicalmente, risuonò, tra particolari suggestioni, a San Giovanni Rotondo.«Guido Maria Ferilli, oltre a “Rumore” – sottolinea Tantillo – ha scritto anche “Abbracciami”, tema sublime che ci ricondusse, in tempi di distanziamento sociale, alla potenza sentimentale del venirsi incontro»
Della “fisicità” della sua espressione artistica era convinta la stessa Raffaella, che, in una delle sue ultime interviste, aveva dichiarato di essere una cantante da vedere, più che da ascoltare. Come ricordato da Renato Zero, amico di una vita, il suo era un corpo che cantava e danzava con l’anima ed è per questo che la sua immagine resta indimenticabile, al punto che le sue fotografie, iconiche immagini di libertà, furono oggetto di una mostra fotografica ospitata ad Avellino dall’AXRT Contemporary Gallery di via Mancini, subito dopo la morte di Raffaella.
A spiegare con stupore e soddisfazione il successo dell’esposizione è Stefano Forgione, curatore della mostra, ben supportato da Fabrizio Pesiri e Patrizia Pagnotta: «Grazie a un’idea di Gianluca Marziani, curatore di diverse mostre italiane e internazionali, siamo riusciti a estrarre dall’archivio di Chiara Samugheo, prima fotografa ufficiale della Raffa nazionale, una trentina di scatti che abbiamo esposto e raccolto in un catalogo che è stato oggetto di continue richieste da ammiratori italiani ed esteri, a riprova del successo internazionale dell’artista»
Tra i tanti visitatori della mostra, prorogata con successo, figurarono Vincenzo Mola e Giovanni Gioia, collezionisti salernitani di centinaia di abiti della Carrà, esposti con successo a Cinecittà nel 2018, a Sanremo, a Trieste e, più recentemente, a San Benedetto del Tronto.
«Venimmo ad Avellino con piacere – dichiarano soddisfatti – perché non bisogna mai stancarsi di mantenere viva la memoria di Raffaella»
La mostra avellinese suscitò l’interesse delle principali testate giornalistiche e di critici d’arte come Ugo Nespolo, il quale, ai microfoni di “Uno Mattina”, dichiarò: «Raffaella riesce a mettere d’accordo tutti, riassumendo nel suo felice pseudonimo Rinascimento e Futurismo»

«Quello dell’ombelico scoperto – chiosò Nespolo – è un particolare anatomico già esposto nella Mater Matuta come nella Venere del Botticelli, ma Raffaella è riuscita ad associarvi, con eleganza, gesti intelligenti, sapientemente anticonformisti, regalandoci quella bellezza che, come ebbe a dire Stendhal, altro non è che una promessa di felicità di cui abbiamo bisogno».
Non è un caso, dunque, se uno dei casi editoriali legati a Raffaella sia la pubblicazione della “Raffasofia”, libro della giallista Marina Visentin, che si è divertita a trovare tracce della felicità tanto nella filosofia antica e moderna quanto nelle canzoni della Carrà, che ha ancora tanto da insegnare perché, come cantava in un brano scritto per lei da Venditti, «c’è sempre un sogno leggero che vola dentro noi e che non muore mai»...Ed è da pochi giorni in libreria “Pronto, Raffaella”, monografia sul programma scritta da Caterina Rita, storica autrice e collaboratrice della Carrà, in cui è riportato anche il mio sogno di bambino, cresciuto idealmente tra i divani di quel programma, con una televisione fatta con quotidianità e nel rispetto del pubblico.

Quando poi ebbi la fortuna di incontrarla più volte dal vivo, al Teatro delle Vittorie prima e all’Auditorium del Foro Italico poi, templi del varietà che la Rai non dovrebbe abbandonare, ebbi la conferma di trovarmi davanti a un’artista speciale, che ha sempre apprezzato la mia educazione e rispettato la mia dedizione agli studi. La Raffa, dinanzi alla quale fremevo io, riservava attenzione a me. Impossibile dimenticare.
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