Ci sono storie che scorrono in superficie e altre che restano nascoste in profondità. Oggi siamo qui per far emergere quella di Vincenzo Benvenuti, nella Falda. Vincenzo ci racconterà la storia di Sei Ventures, una storia piuttosto particolare che probabilmente in Irpinia non ci aspetteremmo nemmeno di incontrare, così come, più in generale, nelle aree interne. Tu sei qui perché hai messo in piedi, sostanzialmente, quello che oggi è diventato un incubatore: una realtà che mette a disposizione di giovani startup competenze, servizi e opportunità per creare un’impresa e costruire il proprio futuro. Raccontacelo. Ciao.
Ciao a tutti. Ciao Carmine.
Sì, noi abbiamo creato questo spazio che è nato innanzitutto come luogo di aggregazione. Ogni azienda, ogni progetto, molto spesso nasce anche per rispondere a un bisogno personale.
Quando sono tornato da Genova e sono rientrato qui, ho immaginato un luogo diverso, dove chiunque volesse parlare di innovazione, imprenditoria, impegno sociale o di tematiche normalmente poco affrontate avesse uno spazio di riferimento.
Da questa idea è nato l’incubatore: un luogo in cui si parte dalla volontà di un gruppo di persone di creare un’impresa e, attorno a questo obiettivo, si costruisce una rete di servizi.
Di cosa hai bisogno?
Di qualcuno che trasformi l’idea che hai in testa in un modello di business? Di una persona esperta di sostenibilità? Di hardware o software? Di qualcuno che si occupi della comunicazione o della realizzazione di un podcast?
Chiunque serva per sviluppare il tuo progetto è concentrato all’interno di questo incubatore.
Lo immaginiamo come un grande spazio di aggregazione fisica, dove le persone lavorano e vivono quotidianamente, ma anche come uno spazio di aggregazione umana: una sorta di ecosistema.
Ed è proprio questo che, forse, manca nelle nostre aree interne, ma anche in molte piccole città: la capacità di creare ecosistemi, cioè persone che si mettono insieme per rispondere a bisogni comuni e costruire qualcosa.
Il nostro è l’ecosistema dell’innovazione.
È un’attività davvero interessantissima, che probabilmente la maggior parte delle persone che ci seguono nemmeno conosce o di cui non immagina neppure l’esistenza, soprattutto qui. Chiariamo subito una cosa: non si tratta semplicemente di uno spazio di coworking, né di uno studio di commercialisti o fiscalisti. Anzi, probabilmente è anche queste due cose insieme. Voi vi proponete di accompagnare chi ha un’idea, ma non ha la minima idea di come si costruisca un’impresa. Come è nata questa realtà? Quando è nata? E soprattutto, come è stata accolta dall’Irpinia?
Partiamo dal “quando”.
Nasce nel 2019 da un’idea mia e di alcuni soci che, come me, erano emigrati per lavoro.
Credo che molte storie di ritorno siano accomunate da questo percorso: quando hai vissuto altrove e hai visto qualcosa di diverso, ti chiedi se quel modello possa funzionare anche nei tuoi luoghi.
Ci siamo domandati cosa mancasse davvero per rilanciare i nostri territori.
Si parla continuamente di rilancio delle aree interne. Noi siamo arrivati alla conclusione che mancasse un luogo dedicato alla creazione d’impresa.
Nei piccoli contesti, infatti, un’impresa può diventare l’elemento determinante per rivitalizzare l’economia locale.
Pensiamo a Montella o ad altri comuni: basta un’azienda di successo per modificare profondamente le dinamiche economiche di un territorio.
Può sembrare che la nascita di nuove imprese dipenda soltanto da grandi fattori macroeconomici, ma in realtà anche una piccola intuizione può cambiare il destino di un paese.
Siamo partiti da questo principio, chiedendoci quale tipo di impresa volessimo favorire.
Abbiamo scelto la startup innovativa.
Perché?
Perché una startup innovativa lavora sull’innovazione, spesso attraverso il software e il digitale, quindi su attività che non dipendono esclusivamente dal territorio in cui opera.
Sei fisicamente sul territorio, lavori per il territorio, ma contemporaneamente operi anche fuori da esso.
Ed è un vantaggio importante.
Molto spesso sentiamo il bisogno di andare via perché gli stimoli locali non ci bastano più.
La startup, invece, ti permette di confrontarti con eventi, fiere, partner e reti nazionali e internazionali.
In questo modo continui a vivere nel tuo territorio, ma contribuisci anche a mantenerlo vivo, attirando talenti e persone provenienti da altri contesti.
Noi abbiamo avuto collaboratori lituani, argentini e messicani.
Persone che non avevano alcun legame con l’Irpinia e che, grazie a questo progetto, hanno scelto di viverla.
Quindi quello che potrebbe sembrare un semplice effetto collaterale della vostra attività diventa, in realtà, non tanto il core business quanto la vostra vera missione: creare una comunità che nessuno si aspetterebbe di vedere nascere qui. Persone che, come dicevi, non hanno alcun legame con queste aree vengono in Irpinia proprio per costruire qualcosa. Mi ha colpito anche il vostro nome: Sei Ventures. Tra poco ci spiegherai perché lo avete scelto. Ma c’è un’altra domanda. Quando si parla di “venture”, nel mondo dell’economia il pensiero va immediatamente ai capitali. Voi fate anche questo? Aiutate le aziende a trovare investitori e finanziamenti? Oppure il vostro ruolo si limita all’accompagnamento delle startup?
Sì, assolutamente. Parto dalla fine della domanda.
Noi facciamo anche piccoli investimenti nelle startup. Fino a oggi abbiamo investito circa 100.000 euro e, allo stesso tempo, abbiamo raccolto quasi mezzo milione di euro da investitori che hanno creduto nel progetto.
Oggi Sei Ventures conta circa cento soci, tra imprenditori, professionisti e persone che hanno condiviso la finalità della nostra iniziativa, decidendo di investire nella società e diventarne parte.
A nostra volta abbiamo effettuato piccoli investimenti in diverse startup, alcune delle quali stanno ottenendo risultati molto interessanti. Quando una startup raggiunge la cosiddetta exit, ne beneficiano sia noi sia i nostri investitori.
Naturalmente si tratta di un progetto di medio-lungo periodo: non è qualcosa che produce risultati immediati, ma se riusciamo a trovare anche una sola iniziativa di grande valore, quella può davvero fare la differenza.
Per quanto riguarda il nome, “Sei” aveva per noi un significato identitario.
“Sei” è il verbo essere: sei tu, sei la persona che decide di mettersi in gioco.
Allo stesso tempo è anche l’acronimo di Sostenibilità, Etica e Innovazione.
Per noi chi fa impresa oggi non deve limitarsi alla responsabilità sociale d’impresa.
È vero, un’impresa crea occupazione e produce benefici economici sul territorio, ma crediamo che debba andare oltre.
Deve generare impatto.
Deve creare valore per i dipendenti, per i clienti, per la filiera, per tutti gli stakeholder che ruotano intorno all’azienda.
Faccio un esempio.
Non posso definirmi una società benefit, magari una cantina vitivinicola, se poi pago i miei conferitori meno del giusto.
Devo riconoscere loro la stessa dignità che meritano.
Non significa necessariamente pagare oltre il prezzo di mercato, ma riconoscere un compenso equo.
Questo è il nostro modo di intendere la sostenibilità.
Poi esiste la sostenibilità ambientale, naturalmente, ma anche quella finanziaria.
Al primo posto deve esserci la capacità dell’impresa di produrre reddito, perché senza sostenibilità economica non è possibile generare un impatto positivo.
Per questo aiutiamo le startup, prima ancora che a trovare investitori, a trovare partner.
Hanno bisogno di qualcuno che li aiuti a vendere il prodotto o il servizio, di persone che portino competenze, relazioni ed esperienza commerciale.
Il capitale è importante, ma spesso ciò che manca davvero sono le competenze e la rete di contatti.
Naturalmente accompagniamo anche il percorso di raccolta dei capitali.
Abbiamo scelto il termine Ventures anche perché richiama il concetto di iniziativa, di impresa che nasce.
Noi sosteniamo, prima di tutto, le iniziative del territorio.
Siete stati pionieri in molte cose, tra cui anche nel modo di interpretare il bilancio di sostenibilità e la Corporate Social Responsibility. Ricordo che i primi bilanci di sostenibilità comparvero già nella seconda metà del Novecento, ma per molti anni rimasero strumenti riservati a pochissime grandi aziende. Fino a poco tempo fa erano considerati quasi un’attività marginale. Con voi, invece, e con le startup che accompagnate, la sostenibilità diventa un punto di partenza, una prerogativa per costruire l’impresa. Ed è proprio questa visione che spesso manca a chi ha un’idea. In Irpinia, come accade in tante aree interne, ci sono moltissimi ragazzi con intuizioni brillanti. Sono idee che nascono davanti a un tavolino di un bar o di una pizzeria, vengono discusse per ore, ma poi non si trasformano mai in impresa. Spesso perché ci si scontra con la burocrazia, con la mancanza di capitali o semplicemente perché non si sa da dove cominciare. Quante aziende avete aiutato a nascere? E in quali settori operate principalmente?
Abbiamo seguito circa cento idee d’impresa.
Di queste, venticinque sono diventate vere e proprie startup innovative.
Operiamo principalmente tra Avellino e Benevento; successivamente abbiamo aperto anche una sede a Benevento e una in Veneto, quindi il progetto è cresciuto anche dal punto di vista territoriale.
Abbiamo accompagnato diverse startup anche nella raccolta di fondi, sia attraverso il sistema bancario tradizionale sia tramite piccoli investimenti privati.
Intorno a noi si è creata una rete di persone che, quando riconoscono il potenziale di un progetto, decidono di investire direttamente.
È ancora un fenomeno limitato, perché in Italia non siamo abituati a investire in startup.
Conosciamo bene il mercato obbligazionario e quello azionario, ma spesso dimentichiamo che investendo sui grandi mercati internazionali portiamo gran parte del valore fuori dall’Italia.
Investire sul territorio significa invece contribuire alla crescita della propria comunità.
Magari il rendimento economico può essere diverso, ma il beneficio che si genera resta qui.
Il nostro lavoro consiste proprio nel selezionare le startup con maggiore potenziale e aiutarle a crescere.
Con l’esperienza impari che, più ancora dell’idea, conta il team.
Molto spesso le persone arrivano con una soluzione già pronta, ma il primo passo dovrebbe essere un altro: individuare il problema giusto.
Se il problema è realmente condiviso da tante persone e rappresenta un bisogno importante, allora esiste un mercato disposto a pagare per risolverlo.
A quel punto possiamo lavorare sulla soluzione.
Se il team è capace di ascoltare il mercato, di adattarsi ai suggerimenti dei clienti e di evolvere, allora le possibilità di successo aumentano enormemente.
Esistono metodologie che aiutano ad accelerare questo processo, ma alla base restano sempre due elementi fondamentali: un problema reale e un team forte.
Quindi mettete a disposizione una struttura completa per chi, spesso, non porta tanto un’idea quanto piuttosto una possibile soluzione a un problema, proprio o di qualcun altro. State facendo, probabilmente senza nemmeno rendervene conto, anche un importante lavoro di educazione economica e finanziaria. Parliamo infatti di una forma di investimento diffuso, nella quale anche piccoli investitori possono contribuire alla nascita di nuove imprese, diventandone poi soci. È un modello diffusissimo da decenni nei Paesi anglosassoni, mentre in Italia — e ancor più nelle aree interne — fatica ancora ad affermarsi. Anche da questo punto di vista siete dei pionieri. Secondo voi, e considerando che avete maturato esperienze anche fuori dall’Irpinia, qui esiste una marcia in più? Oppure è più difficile trovare persone con idee imprenditoriali o accompagnarle nella costruzione di un’azienda?
È una domanda che merita una riflessione approfondita.
Come dicevamo prima, tutto parte dai problemi. Se però i problemi che vivi sono quelli di un piccolo paese dell’entroterra, non è detto che siano gli stessi problemi vissuti da tante altre persone.
La domanda da porsi è: quel problema è davvero condiviso? Esiste un numero sufficiente di persone che hanno la stessa esigenza?
Se la risposta è sì, allora quell’idea può trasformarsi in un’impresa.
Molto spesso, invece, ci troviamo davanti a situazioni che non sono vere idee imprenditoriali, ma risposte a esigenze estremamente personali.
Io credo che l’Irpinia abbia un potenziale enorme, soprattutto nell’empowerment delle associazioni.
Vedo tanti ragazzi dotati di grande creatività e, allo stesso tempo, di un forte spirito sociale.
Queste due caratteristiche, però, raramente si trasformano in impresa.
Ed è un peccato.
L’associazionismo ha spesso una durata limitata nel tempo, legata a una fase della vita. Se quell’energia non evolve in un progetto imprenditoriale, rischiamo di perdere talenti straordinari.
Persone brillanti, profondamente legate al territorio e desiderose di fare qualcosa di concreto.
Sono proprio le persone di cui abbiamo bisogno.
Per quanto riguarda il confronto con altre realtà, credo che tutti i territori di piccole dimensioni abbiano più o meno gli stessi punti di forza e le stesse criticità.
Forse quello che ci condiziona maggiormente è la mancanza di diversità.
Non siamo una città universitaria, non siamo una località turistica e nemmeno una città di passaggio.
Quella contaminazione culturale la vivi solo se viaggi.
Ma quando viaggi devi imparare a osservare i luoghi in modo diverso.
Devi guardarli con gli occhi del cliente, chiedendoti continuamente:
“Che cosa posso imparare qui e portare nel mio territorio?”
È soprattutto un approccio culturale.
Molto spesso, invece, tendiamo ad attribuire tutte le responsabilità alle infrastrutture.
Si dice che mancano le idee perché non c’è la ferrovia, perché le strade hanno le buche o perché Internet non è abbastanza veloce.
Personalmente non condivido questa lettura.
Oggi il problema della connessione è stato ampiamente superato.
La vera questione è culturale.
Le idee non nascono perché non siamo abituati a ragionare in termini imprenditoriali.
Quando smettiamo di attribuire la responsabilità sempre a qualcun altro — alle istituzioni, alle infrastrutture o allo Stato — e iniziamo a sentirci direttamente responsabili del cambiamento, allora tutto cambia.
Ognuno di noi diventa non solo responsabile, ma anche potenzialmente protagonista del cambiamento.
Per questo motivo anche le parole con cui raccontiamo i nostri territori sono fondamentali.
Perché dalle parole nasce il modo in cui le persone reagiscono e immaginano il futuro.
È proprio così. Sono completamente d’accordo con quello che stai dicendo. Purtroppo, per anni siamo stati vittime di un pensiero negativo. Ci siamo abituati a piangerci addosso e ad aspettare una soluzione che dovesse arrivare dall’alto, senza rimboccarci le maniche e chiederci cosa potessimo fare con quello che avevamo già. Questa è una situazione ormai radicata in gran parte delle aree interne italiane, non soltanto in Irpinia. Abbiamo spesso deresponsabilizzato noi stessi, attribuendo ogni colpa alle istituzioni o alla mancanza di servizi. In realtà, molto spesso, siamo stati noi a non intraprendere alcuna strada, limitandoci ad aspettare che le cose cambiassero da sole. Mi è piaciuto molto il passaggio che hai fatto sull’associazionismo. Io provengo da un lungo percorso nel volontariato e nei forum giovanili. Ed è vero: l’Irpinia è ricca di persone che si mettono insieme per perseguire uno scopo comune. Lo fanno quasi inconsapevolmente, richiamando quello spirito di comunità che ha sempre caratterizzato i piccoli comuni e le aree interne. Non a caso, l’Irpinia è stata anche una grande terra di Forum dei Giovani. Erano luoghi dedicati al confronto, alla discussione, all’emersione dei bisogni di una generazione che aveva tempo, energie e voglia di fare, ma spesso non disponeva né delle risorse economiche né delle competenze imprenditoriali necessarie per trasformare quelle energie in qualcosa di concreto. Ed è proprio qui che intervenite voi, colmando questo divario. A questo punto facciamo un appello ai giovani irpini e, più in generale, ai giovani delle aree interne.
Assolutamente.
Anch’io vengo dal mondo dei Forum dei Giovani.
Tra il 2008 e il 2010 facevo parte del direttivo e molte delle persone con cui ho condiviso quell’esperienza, a distanza di quindici anni, oggi sono socie dell’incubatore e fanno parte di Sei Ventures.
Per me i Forum dei Giovani sono stati uno straordinario spazio di aggregazione.
Invitiamo allora tutti i ragazzi che hanno un’idea a mettersi in contatto con Sei Ventures. Noi ci occupiamo di raccontare storie che vale la pena ascoltare. Sei Ventures, invece, si occupa di trasformare in impresa le idee che vale la pena realizzare.
Assolutamente.
È proprio questo il senso del nostro lavoro.
Il modello che abbiamo costruito funziona qui e può funzionare anche in altri territori.
Anzi, io credo che un incubatore dovrebbe entrare a far parte del programma politico di ogni sindaco.
Creare uno spazio di aggregazione significa attrarre persone attente al sociale, all’innovazione, all’impresa e al cambiamento.
Sono questi i luoghi di confronto di cui abbiamo davvero bisogno.
Io sono convinto che, tra vent’anni, pochissime persone lavoreranno nel modo in cui lavoriamo oggi.
Credo che il lavoro, così come lo conosciamo, si ridurrà drasticamente.
Per questo dobbiamo iniziare a ripensare il nostro modo di vivere.
Oggi il nostro bisogno di socialità è soddisfatto quasi esclusivamente attraverso il lavoro.
Ma se un domani il lavoro cambierà radicalmente, come soddisferemo quel bisogno?
Dovremo reinventare il nostro modo di stare insieme e di vivere la comunità.
Spazi come questi non servono soltanto a creare imprese o a generare innovazione.
Servono anche a costruire luoghi di confronto, capaci di accompagnare il cambiamento della società.
È un’analisi molto precisa, che nasce evidentemente da un percorso personale importante. Da quello che raccontavi emerge la capacità di fare un passo indietro, di osservare le cose con uno sguardo più ampio, con gli occhi di chi ha viaggiato, ha vissuto realtà diverse e ha saputo interrogarsi continuamente sui territori che attraversava. Non è una capacità comune. Chi sente di non averla può trovare proprio in Sei Ventures un punto di riferimento per sviluppare e realizzare le proprie idee. Grazie davvero per aver condiviso con noi la tua storia. Grazie a tutti voi che ci avete seguito. Ci vediamo alla prossima puntata.
Segui Falda
Instagram: https://www.instagram.com/falda.podcast/
Facebook: https://www.facebook.com/faldapodcast/
Sito web Falda: https://faldapodcast.it
TikTok Falda : https://www.tiktok.com/@falda.podcast/
Spotify Falda podcast: https://open.spotify.com/show/4dwaOfthhIz6eSsIrpBR18?si=y1ExwilJTyKe2GglP_viLQ
YouTube Falda: https://www.youtube.com/@FaldaPodcast
Vuoi partecipare a Falda come ospite?
Scrivici a: info@faldapodcast.it











