Falda Podcast, Gianluigi e Rossella ed una birra in terra di vino

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Ci sono storie che scorrono in superficie e altre che restano nascoste in profondità. Oggi siamo qui per far emergere quella di Gianluigi e Rossella. Benvenuti a La Falda. Oggi ci racconterete la storia del Birrificio Partenia. Allora ragazzi, chi siete? Da dove venite? Ovviamente siete irpini.

Sì, siamo orgogliosamente irpini.

Magari anche testardamente irpini.

Io sono Rossella De Santis. Sono cresciuta a Mirabella Eclano, vivo ad Avellino e, insieme a Gianluigi, gestisco un birrificio artigianale a Montefusco. In un certo senso tocchiamo un po’ tutta l’Irpinia.

Il nostro progetto nasce ufficialmente nel 2020, ma in realtà affonda le radici qualche anno prima, quando eravamo ancora all’università. Non avevamo ancora venticinque anni: io studiavo Giurisprudenza e Gianluigi Ingegneria. Lui, che già sperimentava con le fermentazioni e produceva birra in casa per passione, un giorno, dopo una cena in famiglia in cui si parlava di progetti per il futuro, mi disse:

“Rossella, perché non apriamo un birrificio?”

Io gli risposi quasi per scherzo: “Sì, dai, apriamolo!”

Da quell’idea iniziammo a informarci. Gianluigi trovò un bando di Invitalia dedicato ai giovani imprenditori e decidemmo di partecipare. Ci impegnammo molto nella preparazione del progetto, ma, onestamente, chi avrebbe scommesso su due ragazzi non ancora laureati?

Quando ci convocarono per il colloquio finale non dimenticherò mai quel giorno: era il mio venticinquesimo compleanno. Dopo il colloquio arrivò la PEC con la comunicazione della vittoria del bando. In quel momento capii davvero che stavamo facendo sul serio.

La consapevolezza arrivò soprattutto quando dovemmo acquistare il nostro primo impianto da 500 litri. Fino a quel momento nessuno di noi aveva mai avuto a che fare con macchinari del genere, con impianti in acciaio inox o con una struttura produttiva così importante. Solo durante il percorso ci siamo resi conto di ciò che stavamo costruendo.

Abbiamo iniziato davvero per passione, con l’entusiasmo e l’incoscienza tipici della nostra età.

Come succede spesso quando si è giovani.

Esatto. Lo dico sempre: Partenio nasce dall’incoscienza di due giovani testardi.


E un bel giorno arrivate a Montefusco. Perché avete scelto proprio Montefusco?


La scelta è stata dettata da due motivazioni.

La prima è di carattere affettivo: una parte della famiglia di Rossella è originaria di quelle zone e c’era il desiderio di creare il birrificio proprio lì.

La seconda, quella decisiva, riguarda la qualità dell’acqua. Noi non trattiamo l’acqua che utilizziamo per produrre la birra: sfruttiamo direttamente quella delle sorgenti locali, che possiede caratteristiche ideali per gli stili brassicoli che realizziamo.

Il Birrificio Partenia nasce infatti con una forte ispirazione anglosassone. Produciamo birre britanniche reinterpretate con materie prime, mani e sensibilità italiane. Negli anni abbiamo cercato di accorciare sempre di più la filiera, utilizzando ingredienti provenienti dal nostro Paese ogni volta che è possibile.

Anche per questo Montefusco è stata la scelta naturale.


Quindi, un po’ come accade nella cucina fusion, voi avete creato una sorta di “birra fusion”. Raccontaci meglio in cosa consiste questo stile anglosassone reinterpretato in chiave irpina.


In realtà il concetto è molto semplice. Partiamo dagli stili tradizionali britannici, seguendo i parametri previsti dalle linee guida internazionali del BJCP, e li interpretiamo secondo la nostra idea di birra.

In pratica prendiamo uno stile classico e lo portiamo in Irpinia, cercando di valorizzarlo attraverso il nostro territorio e le nostre materie prime.

Il nostro obiettivo è anche fare cultura. Vogliamo far capire che oltre alle birre industriali esiste un mondo straordinario, fatto di ricerca, studio e artigianalità.

Dietro ogni bicchiere di birra ci sono la scelta del malto, del luppolo, del lievito e di tanti altri dettagli che determinano il risultato finale. Chi beve una birra artigianale spesso vede soltanto il prodotto finito, ma dietro quel bicchiere ci sono competenze, sperimentazione e tantissimo lavoro.


Abbiamo parlato dell’acqua, che rappresenta uno degli elementi distintivi del vostro prodotto. Per quanto riguarda invece gli altri ingredienti, riuscite a reperirli facilmente? Li trovate anche in Irpinia? Pensate che, in futuro, possa nascere una filiera locale capace di produrre direttamente le materie prime necessarie alla vostra birra?


Quando abbiamo iniziato, nel 2020, era molto più difficile. La filiera era lunga e la maggior parte delle materie prime proveniva dall’estero.

Negli anni, però, la situazione è cambiata. Oggi utilizziamo luppoli coltivati in Emilia-Romagna, quindi completamente italiani. Anche i malti provengono da diverse regioni d’Italia e i lieviti sono prodotti nel nostro Paese. Questo ci permette di garantire una filiera quasi interamente italiana.

Per quanto riguarda una produzione a chilometro zero, è certamente un obiettivo possibile. Esistono già i cosiddetti birrifici agricoli, che coltivano direttamente orzo e luppolo e, in alcuni casi, producono perfino il proprio lievito.

Credo che servano ancora alcuni anni perché questo modello diventi pienamente sostenibile e diffuso, ma rispetto a quando abbiamo iniziato sono stati fatti passi da gigante.


Quindi, in qualche cassetto della vostra scrivania, c’è anche il sogno di diventare un birrificio agricolo e produrre autonomamente tutte le materie prime?


Sì, diciamo che quel cassetto è pieno di sogni… e anche di un po’ di sana follia.

Del resto, come diceva Rossella, questo progetto è nato proprio dall’incoscienza. Perciò perché smettere di sognare? Anzi, sono probabilmente io quello che alimenta maggiormente questa incoscienza, quindi sì: è un obiettivo che ci piacerebbe raggiungere.


Dopo circa sei anni di attività, pandemia compresa, riuscite già a tracciare un primo bilancio? Sentite di aver fatto la scelta giusta oppure c’è ancora tanta strada da percorrere per affermare una birra artigianale in una terra tradizionalmente legata al vino?


Noi lavoriamo circondati dai vigneti e dalle cantine. In un certo senso siamo stati pazzi fin dall’inizio, perché fare impresa in Irpinia richiede coraggio.

Quando eravamo all’università e immaginavamo il nostro futuro, avevamo un desiderio comune: restare qui. Mentre molti dei nostri amici parlavano di trasferirsi a Milano, a Londra o all’estero, noi volevamo costruire qualcosa nella nostra terra.

Quella è stata la nostra prima follia.

Siamo una coppia da quindici anni e sposati da due. Prima ancora di essere marito e moglie eravamo amici, e abbiamo sempre condiviso questo sogno.

Forse siamo stati pazzi due volte, perché abbiamo deciso di investire tutto nello stesso progetto. Non abbiamo scelto la strada della diversificazione o della sicurezza. Abbiamo messo in gioco tutto: tempo, risorse economiche, energie e sogni.

Oggi, se mi chiedono di descrivere il nostro lavoro con una sola parola, rispondo sempre: sacrificio.

È un sacrificio sotto ogni punto di vista. Le giornate non finiscono mai, il lavoro entra inevitabilmente nella vita privata e, lavorando insieme, è difficile separare i momenti dedicati all’azienda da quelli dedicati alla coppia.

Infatti il mio consiglio scherzoso è sempre lo stesso: se potete, non lavorate con vostro marito o vostra moglie… dividete le cose!


Altrimenti è davvero una “fine pena mai”.


Esatto. Non esiste mai una vera pausa.

Ma il sacrificio non riguarda soltanto il lavoro. Riguarda anche il rapporto con il territorio.

Pur essendo figli di questa terra e cercando ogni giorno di valorizzarla, spesso abbiamo la sensazione che non sia facile essere accolti.

Noi abbiamo deciso di produrre birra in una terra conosciuta soprattutto per il vino. Molti si sorprendono ancora quando scoprono che a Montefusco esiste un birrificio artigianale.

Eppure l’Irpinia non è soltanto vino. È fatta di artigiani, di giovani imprenditori, di idee nuove e di persone che stanno cercando, con grande discrezione, di costruire qualcosa di diverso.

In questi anni ho conosciuto tanti ragazzi che stanno lavorando in silenzio per cambiare le cose e raccontare un volto nuovo della nostra terra.


Se penso ad altre realtà, come il Piemonte, mi vengono in mente immediatamente la nocciola, il tartufo, le castagne, il vino, ma anche la birra. Lì nessuno si sorprende se un territorio è capace di esprimere eccellenze diverse.

Perché qui dovrebbe essere diverso?

Perché in Irpinia dovrebbe esserci spazio solo per il vino?

Noi, in questi sei anni, abbiamo attraversato una pandemia, le difficoltà economiche e un contesto internazionale complesso, ma abbiamo capito una cosa fondamentale: prima ancora di vendere un prodotto bisogna fare cultura.

Bisogna far conoscere la birra artigianale, spiegare che può essere un’eccellenza al pari di tanti altri prodotti del territorio. Dietro ogni bottiglia ci sono cura, passione, studio e attenzione ai dettagli.

Mi viene sempre in mente una frase del Piccolo Principe: “È il tempo che hai dedicato alla tua rosa che l’ha resa così importante.”

Per noi il Birrificio Partenio è proprio quella rosa. Ogni giorno ci mettiamo tempo, energie, sacrificio, amore e passione. Tutto nasce da questo.


Hai pronunciato una parola che, normalmente, ha un’accezione negativa, ma che in questo contesto assume un significato bellissimo: sacrificio.

L’Irpinia è sempre stata una terra di sacrificio. Lo è stata perché questa terra non è mai stata semplice né particolarmente generosa con chi la abitava. Lo è stata durante gli anni dell’emigrazione, quando tanti sono stati costretti a partire per costruirsi un futuro altrove.

Oggi il sacrificio appartiene ai giovani che devono scegliere se andare via oppure restare.

E poi c’è il sacrificio di chi, come voi, decide di fare impresa qui, affrontando ogni giorno le difficoltà di un territorio che spesso soffre per la mancanza di servizi e infrastrutture.

Può sembrare un dettaglio, ma non lo è: se serve una consegna urgente, magari arriva in ritardo; se occorre una materia prima, bisogna fare i conti con distanze e logistica.

Nonostante tutto questo avete deciso di restare, di investire qui e di credere nel vostro progetto. Credo che possiate rappresentare un esempio importante per tanti ragazzi.

Voi avete studiato, avete trasformato una passione in un lavoro e avete dimostrato che si può costruire qualcosa anche partendo da un territorio difficile.

Che cosa vi sentite di dire ai giovani che oggi studiano fuori dall’Irpinia ma sognano, un giorno, di tornare?


Il primo consiglio è uno solo: non demordete mai.

È lo stesso consiglio che do ai ragazzi quando mi chiedono dell’università o quando mi dicono che pensano di non farcela.

Non bisogna permettere a nessuno di decidere quali siano i propri limiti.

Anche il Birrificio Partenia, secondo molti, non avrebbe dovuto esistere. Ci dicevano che una realtà del genere, in Irpinia, non avrebbe mai funzionato.

E invece eccoci qui.

Se non credi tu nel tuo progetto, difficilmente lo farà qualcun altro.

Sì, il sacrificio è enorme, ma le soddisfazioni ripagano tutto.

Quando vieni inserito nella guida Birre d’Italia, quando il tuo progetto viene premiato da Invitalia, capisci che tutti quei sacrifici hanno avuto un senso.


Siamo stati tra i primi otto progetti selezionati su oltre trentamila candidature provenienti dal Sud Italia.


Ed è proprio questo il punto: non bisogna mollare mai.

Occorre andare avanti con determinazione, quasi con i paraocchi.

Spesso il sistema tende a scoraggiarti, ad appiattire le idee, a convincerti che sia meglio rinunciare.

Purtroppo viviamo in una realtà che non sempre valorizza davvero i giovani.

Molti continuano a dire che i ragazzi di oggi non hanno voglia di fare, ma la verità è che le condizioni economiche e sociali sono molto diverse rispetto al passato.

Oggi costruirsi una famiglia, acquistare una casa o avviare un’impresa è molto più complicato.

Nonostante tutto, noi ci stiamo provando. Crediamo nella collaborazione, nella rete tra imprese e nella valorizzazione del territorio.

L’Irpinia è un luogo straordinario.

Non può essere ricordata soltanto per il vino o per il terremoto del 1980.

È una terra ricca di castelli, arte, storia, tradizioni e artigianato.

Ci sono persone che custodiscono saperi preziosi: penso al tombolo di Montefusco, ai carri di Mirabella Eclano, Flumeri, Frigento e Fontanarosa, ma anche a tante altre eccellenze che meritano di essere conosciute.

Fare impresa qui è davvero un’impresa.

Ma se ci si riesce, si può contribuire a cambiare le cose.

E noi continuiamo a crederci.


E magari, oltre a creare un’opportunità per voi stessi, il vostro lavoro potrà diventare anche un’opportunità per altri giovani, che potranno imparare questo mestiere e, un domani, avviare una propria attività.

Oggi proponete sul mercato tre tipologie di birra. Abbiamo parlato dell’acqua, che è uno degli elementi distintivi del vostro prodotto, e delle materie prime che state cercando di rendere sempre più italiane.

Guardando al futuro, avete intenzione di ampliare la vostra gamma? Pensate di sperimentare nuovi ingredienti legati all’Irpinia o di sviluppare nuove linee di prodotto?


Questa è una domanda… pericolosa. Tocca argomenti delicati.


Sono i nostri “segreti industriali”… o meglio, i nostri sogni.

È sempre quel famoso cassetto pieno di idee.


Esatto. Le chiavi di quel cassetto le custodiamo con cura.

Però una cosa possiamo dirla: siamo stati fortunati a incontrare persone che hanno creduto in noi fin dall’inizio.

Penso, ad esempio, a Incenso Vitale e all’incubatore SEI, che hanno scelto di sostenere il nostro progetto quando era ancora soltanto un’idea. Hanno visto del potenziale in Partenio e ci hanno dato fiducia.

Questo ci ha insegnato quanto sia importante fare rete.

Abbiamo conosciuto tanti giovani imprenditori che, come noi, hanno deciso di investire sul territorio. Persone che, quando raccontiamo una nuova idea, invece di dirci “è impossibile”, ci rispondono: “Facciamola ancora più grande”.

Ed è proprio questo il bello: confrontarsi con chi continua a sognare.

Di progetti ne abbiamo davvero tanti.

Sperimentare con gli ingredienti è una delle cose che ci diverte di più. Gianluigi passa tantissimo tempo a fare prove e nuove ricette.

Ci fa assaggiare continuamente le sue sperimentazioni.

Alcune sono davvero eccezionali…

Altre, invece, forse è meglio che restino nel laboratorio!

Però è proprio così che nasce l’innovazione: provando, sbagliando e ricominciando.

Oltre alla ricerca sulle birre, abbiamo anche altri progetti imprenditoriali che vorremmo sviluppare.


Per il momento, però, non possiamo raccontarli.


Sono ancora idee in fase di sviluppo.

Forse oggi siamo un po’ meno incoscienti rispetto agli inizi e abbiamo imparato che alcuni progetti è meglio farli maturare prima di parlarne.


Posso soltanto dire che saranno perfettamente coerenti con l’identità del Birrificio Partenio e con la filosofia che ci ha accompagnato fin dal primo giorno.


La birra resterà sempre il cuore del nostro lavoro.


Allora lasciamo ai nostri spettatori il piacere di seguirvi e di scoprire, passo dopo passo, quali saranno le novità.

Parliamo invece della distribuzione.

Vendete solo in Italia? Esportate anche all’estero? Oppure lavorate principalmente con locali e attività del territorio?


Oggi vendiamo principalmente in Italia.

Lavoriamo sia nel settore B2B, quindi con attività commerciali, sia direttamente con i consumatori attraverso il nostro e-commerce.

Ma c’è una cosa a cui teniamo particolarmente: se qualcuno bussa alla porta del birrificio, trova sempre qualcuno pronto ad accoglierlo.

Salvo rare eccezioni, è possibile visitare il birrificio, degustare le nostre birre e condividere un momento insieme a noi.


Quindi non offrite soltanto un prodotto, ma una vera esperienza.


Esatto.

Abbiamo costruito un percorso esperienziale che permette ai visitatori di entrare davvero nel mondo della birra artigianale.

Mostriamo le materie prime, le facciamo toccare con mano, annusare e conoscere.

Attraverso piccoli esercizi sensoriali aiutiamo le persone a riconoscere i profumi e gli aromi che poi ritroveranno nel bicchiere.

Per noi è importante educare il palato e raccontare tutto il lavoro che c’è dietro ogni birra.

Non si tratta soltanto di bere, ma di vivere un’esperienza consapevole.


Durante le nostre visite guidate accompagniamo gli ospiti in un percorso che coinvolge tutti i sensi. Facciamo assaggiare le materie prime, raccontiamo come nasce una birra e proponiamo abbinamenti con prodotti del territorio, ma anche con ingredienti meno convenzionali.

L’obiettivo è imparare a riconoscere aromi, profumi e sapori, allenando il palato in modo semplice e divertente.

Ci piace anche proporre qualche accostamento insolito, proprio per far capire quanto ogni ingrediente possa influenzare l’esperienza di degustazione.

Per noi il piacere della tavola è anche questo: sperimentare, confrontarsi e condividere.

Alla fine della visita ci si siede insieme, si beve una birra, si chiacchiera e si crea un momento di convivialità.

È questo il significato più autentico del Birrificio Partenio: la condivisione.

Siamo nati nel marzo del 2020, in un periodo in cui tutto sembrava dividerci. Noi, invece, volevamo creare un luogo in cui le persone potessero ritrovarsi.

Questo è il nostro motto: la nostra follia è fatta per essere condivisa.

Chi viene a trovarci raramente si ferma solo per una degustazione. Si resta a parlare, ci si conosce e, molto spesso, da un semplice incontro nasce un’amicizia.

È questo lo spirito che vogliamo trasmettere.


In fondo è una caratteristica molto italiana.

Quando vogliamo confrontarci con qualcuno, non diciamo: “Andiamo a discutere di un argomento”.

Diciamo piuttosto: “Andiamo a mangiare una pizza” oppure “Andiamo a bere una birra”.

La convivialità è parte della nostra cultura.


Ed è proprio da una tavola che è nato tutto.

L’idea del birrificio è nata durante una cena e, in un certo senso, continua a vivere ogni volta che ci sediamo insieme ai nostri clienti.

Quando un’esperienza viene condivisa assume un valore diverso.

Ci emoziona vedere le persone riscoprire sapori che ricordano l’infanzia, i pranzi dalla nonna o i profumi della propria terra.

Noi crediamo molto in questo.

Anche se produciamo qualcosa che l’Irpinia non considera ancora una sua tradizione, vogliamo dimostrare che può diventarlo.


Esattamente.

Se ci pensiamo, molte delle cose che oggi identifichiamo come simboli dell’Italia sono nate dall’incontro di culture diverse.

La pizza, per esempio, è diventata il simbolo del nostro Paese, ma il pomodoro arriva dalle Americhe. Gli spaghetti hanno origini antiche e percorsi molto più complessi di quanto si immagini.

Le tradizioni evolvono.

Chissà che un domani anche una birra artigianale prodotta in Irpinia non possa diventare una nuova eccellenza del territorio.

Ragazzi, vi ringrazio per aver condiviso la vostra storia e per averla fatta emergere qui, a La Falda.

Invito tutti a continuare a seguirci per scoprire le prossime storie che racconteremo.

Grazie e a presto.

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