In questo episodio di Falda, Angelo racconta il suo percorso da Nusco a Roma, Milano e Los Angeles, tra social, scrittura, moda, eventi, talent management e comunicazione. Una storia fatta di partenze, occasioni, cambiamenti e ritorni, in cui l’Irpinia resta sempre sullo sfondo fino a diventare di nuovo centro.
Ci sono storie che scorrono in superficie e altre che restano nascoste in profondità. Oggi siamo qui per far emergere quella di Angelo. Benvenuti a La Falda. Allora Angelo, anche tu sei irpino di nascita e, a un certo punto, come tanti di noi, dopo aver terminato gli studi hai deciso di andare via: per fare nuove esperienze, provare cose nuove, vedere realtà diverse e continuare a studiare. Raccontaci.
Innanzitutto grazie per l’invito.
Io vado via da Nusco, il mio paese, a diciotto, diciannove anni, un po’ come tutti quelli che decidono di partire per iniziare gli studi universitari. Il primo passaggio è stato Roma, dove mi sono trasferito per frequentare l’università.
Sono arrivato con tanti sogni, tanti desideri e tantissimi obiettivi da realizzare già a diciannove, vent’anni.
L’idea era quella di vivere in una grande città e, soprattutto, cogliere tutto ciò che un luogo così diverso dal paese in cui ero cresciuto poteva offrirmi.
Già intorno ai ventuno o ventidue anni ho iniziato a muovere i primi passi nell’ambiente dei club, frequentando tantissime serate e cercando di capire che cosa ci fosse dietro quella che oggi chiamiamo club culture.
Verso i ventiquattro anni ho iniziato anche a lavorare, costruendo una rete di conoscenze. Erano gli anni in cui stavano nascendo i social network: parliamo del 2008, 2009, 2010. All’epoca nessuno avrebbe immaginato che sarebbero diventati ciò che sono oggi e, soprattutto, che avrebbero potuto trasformarsi in un vero lavoro.
Io mi innamoro immediatamente del mondo dei social, perché li vedevo come uno spazio in cui condividere idee. Credo che questo dipendesse anche dal fatto di essere un ragazzo di provincia con poche possibilità rispetto alle proprie ambizioni.
Prima ancora dei social era stato Internet la mia finestra sul mondo, la mia valvola di sfogo. Mi ha aperto prospettive completamente nuove, molto lontane dalla realtà in cui vivevo.
Ero un ragazzo molto diverso dall’uomo che sono oggi. A trentotto anni porto con me un bagaglio di esperienze che mi ha reso più forte e più consapevole, sia rispetto a tante tematiche sia, più in generale, rispetto alla vita.
Questa passione mi ha portato ad approfondire sempre di più il mondo della comunicazione digitale. Mi entusiasmava l’idea che chiunque potesse avere uno spazio tutto suo. Se ci pensi, il profilo social di una persona racconta molto di ciò che quella persona è.
Naturalmente sto parlando di quel periodo. Oggi i social sono completamente cambiati e anche il modo in cui vengono utilizzati, soprattutto dai più giovani, è molto diverso.
Per l’epoca bastava anche un solo social. Noi ci accontentavamo di uno. I primi pionieri arrivavano da MSN, poi MySpace e infine Facebook, che ha cambiato completamente il modo di comunicare.
In realtà tutto era iniziato ancora prima. A quindici anni avevo aperto un blog su Blogspot, la piattaforma di Google. A ripensarci oggi aveva anche un discreto successo, anche se i miei lettori erano soprattutto i compagni di liceo.
Successivamente arrivò MySpace. Essendo un grande appassionato di musica, per me rappresentava il luogo ideale.
Poi arrivò Facebook, che cambiò davvero tutto, nel bene e nel male.
La mia fortuna, però, fu quella di continuare a scrivere sul blog. La passione per la scrittura, per la storia del costume e per tutta la cultura pop, unita agli studi universitari, mi diede la possibilità di raccontare quel mondo attraverso il mio punto di vista.
Oggi può sembrare strano, ma ero semplicemente nel posto giusto al momento giusto. Tra il 2010 e il 2015 i blogger erano protagonisti assoluti, soprattutto nel mondo della moda. Basti pensare alle prime file delle sfilate.
Mi ci ritrovai quasi per caso, perché qualcuno decise di scommettere sul mio modo di scrivere e di raccontare quel mondo.
Quel blog — che oggi esiste ancora, anche se l’ultimo articolo credo risalga al 2016 — iniziò ad attirare l’attenzione di case di moda e brand, che mi chiedevano di raccontare prodotti, eventi ed esperienze attraverso il mio sguardo.
Quell’esperienza mi ha fatto amare profondamente quello che stavo facendo e, soprattutto, mi ha aperto la strada verso il lavoro che svolgo ancora oggi.
Quindi possiamo dire che, da quando hai lasciato l’Irpinia, ogni esperienza ha contribuito alla tua crescita. Prima Roma, poi le altre città. Ma in tutto questo c’è una costante: la scrittura. Sei sempre stato un ragazzo curioso, appassionato di musica e di cultura, con la voglia di raccontare le persone e i luoghi che incontravi. Dall’esperienza nei club sei passato alla scrittura per il blog, poi a una scrittura sempre più professionale e tecnica, fino ad arrivare alla moda. Ed è proprio lì che succede qualcosa.
Sì, succede qualcosa. C’è un aneddoto che ricordo ancora oggi e che ogni volta mi emoziona.
Essere invitato a una sfilata di Prada non è affatto semplice. È un ambiente molto chiuso, molto selettivo.
Un giorno ricevetti quell’invito e partii per Milano. Io, però, continuavo a essere un normalissimo studente universitario che viveva in una stanza in condivisione al Pigneto. Non avevo grandi pretese né immaginavo quello che sarebbe successo.
Da quel momento iniziai a muovere i primi passi nel mondo del lavoro. Arrivarono i primi contatti importanti e il mio blog raggiunse numeri tali da farmi capire che qualcosa stava davvero cambiando.
Grazie alle relazioni costruite nel tempo e alle persone che nel frattempo erano diventate amiche, iniziai a ricevere sempre più richieste. Venivo invitato a eventi e, soprattutto, coinvolto nella loro organizzazione.
Ricordo che, nel 2013, una Pr molto influente di Roma stava organizzando un party esclusivo per la chiusura della Fashion Week e mi chiese una cosa che, all’epoca, mi sembrava stranissima: invitare i miei amici blogger.
In pratica stavo facendo Digital PR senza nemmeno sapere che si chiamassero così.
In un’epoca in cui eravamo praticamente agli albori degli influencer. Le figure influenti esistevano già, ma il fenomeno era ancora agli inizi.
Esatto. C’erano, ma non avevano ancora l’impatto che hanno oggi.
Nel frattempo continuavo a lavorare sul mio blog, che era diventato il mio vero biglietto da visita. Raccontava chi fossi molto meglio di qualsiasi curriculum.
Proprio grazie al blog conobbi persone che, per una serie di coincidenze fortunate, stavano cercando una figura professionale con le mie competenze.
Il primo incarico davvero importante arrivò nel mondo dello styling.
A Roma conobbi una fotografa straordinaria, Pavloska, che credette nel mio progetto. Decise di produrre un grande reportage fotografico, con una produzione che io non avrei mai immaginato, utilizzando il mio blog come se fosse un vero magazine di moda.
In pratica, invece di pubblicare quel lavoro su una rivista come Vogue, scelse di pubblicarlo sul mio blog, Modaholic.com.
Quindi è stato quello il momento, insieme all’esperienza del party di cui ci hai parlato, in cui hai capito che quella che era nata come una passione poteva davvero trasformarsi in un lavoro.
Sì. Nel 2015 arrivò poi una proposta molto importante da parte di un brand internazionale.
Fu il mio primo vero contratto di lavoro e decisi di trasferirmi a Milano, una città che fino a quel momento avevo sempre guardato con un certo spirito critico.
Eppure era l’Olimpo della moda e del marketing.
Esatto. Era il centro di tutto.
Quando, a venticinque o ventisei anni, ricevetti quella proposta, capii che era un’occasione irripetibile e decisi di trasferirmi.
Scoprii una città completamente diversa da quella che conoscevo. Fino a quel momento Milano, per me, erano solo quei due o tre giorni durante la Fashion Week o per qualche lavoro: arrivavo, restavo ventiquattro o quarantotto ore e ripartivo.
È un lavoro che ti porta a viaggiare tantissimo, ma spesso dei luoghi che visiti conosci davvero poco.
La settimana scorsa, per esempio, ero a Siviglia. Potrei raccontarti com’era il mio hotel, ma non saprei dirti quasi nulla della città.
In quel periodo iniziai il mio percorso come manager e, gradualmente, misi da parte il mondo della moda.
Vivendolo dall’interno, capii che non era davvero la mia strada.
Resta comunque un sogno nel cassetto.
Sì, resta un sogno nel cassetto.
In realtà, nella mia vita ho messo da parte molti sogni, ma senza rimpianti. Li ho lasciati andare perché, ogni volta, davanti a me si apriva una strada nuova.
Nel 2015 mi trasferii definitivamente a Milano e iniziai questo lavoro. Dopo circa un anno venni notato da un manager con cui stavo collaborando, che gestiva alcuni hotel a Los Angeles.
Gli piacquero il mio modo di lavorare e le mie idee creative e mi fece una proposta.
Ripensandoci oggi, credo che solo a quell’età si possano prendere decisioni così.
Ricordo che quella sera tornai a casa e, senza avere ancora una conferma ufficiale, comprai un biglietto per Los Angeles.
Alla fine del 2015 mi trasferii lì. In quel periodo stavo lavorando anche a Expo, che terminava tra la fine di ottobre e i primi di novembre.
Così partii pensando: “Se andrà bene, sarà una nuova esperienza di lavoro. Altrimenti mi sarò comunque regalato un’avventura.”
Noi che siamo cresciuti negli anni Novanta avevamo tutti un’immagine molto romantica di Los Angeles: le serie televisive, Beverly Hills, Hollywood…
Mi dicevo: al massimo andrò a vedere dove abitava Brenda Walsh.
E infatti l’ho fatto. Poi ho scoperto che quella casa non si trovava affatto a Beverly Hills.
A proposito delle serie della nostra adolescenza: se chi ci sta guardando non sa di cosa stiamo parlando, se non conosce MSN, MySpace o il percorso che ci ha portati ai social di oggi, vuol dire che è arrivato il momento di recuperare un po’ di storia digitale.
Arrivato a Los Angeles, scoprii innanzitutto che era una città completamente diversa da quella che ci immaginiamo.
Una cosa è trascorrerci cinque giorni da turista, visitare la Walk of Fame, Venice Beach e tutti i luoghi simbolo. Un’altra è viverci.
Los Angeles è una città molto complessa, a partire dagli aspetti più pratici. Senza un’auto è praticamente impossibile spostarsi. Noi europei siamo abituati a una mobilità completamente diversa: io vivo a Milano senza macchina e non ne sento il bisogno.
Lì, invece, ti ritrovi a percorrere autostrade a quattro corsie e ad arrivare agli appuntamenti nel mezzo di enormi svincoli. Ti chiedi continuamente dove ti trovi.
Anche il tessuto sociale è molto particolare.
Io vivevo a Koreatown, un quartiere in forte espansione, dove si concentravano molti hotel di fascia alta. Era lì che avevo iniziato questa collaborazione lavorativa.
Dopo circa un mese e mezzo, però, presi una decisione importante: tornare in Italia.
Anzi, tornare a Nusco.
E non fu una scelta legata al lavoro.
Se devo raccontare davvero la mia storia, quello è il momento che divide la mia vita in un “prima” e un “dopo”.
È stata una scelta determinante. E, ti dirò, senza quella decisione non sarebbe mai nato nemmeno il festival che oggi organizziamo.
Ci arriviamo tra poco. Tu sei a Los Angeles, stai lavorando nell’organizzazione di eventi per importanti strutture alberghiere e, a un certo punto, decidi di tornare.Ti mancava qualcosa? Sentivi il bisogno di riportare a casa ciò che avevi imparato?
No.
È stato qualcos’altro a chiamarti.
Sì.
Mi ha chiamato la famiglia.
Lo racconto con molta serenità, perché credo che, quando si decide di raccontare la propria storia, bisogna farlo fino in fondo.
Io tornai perché mia madre era malata di cancro e sapevamo che da lì a poco sarebbe venuta a mancare.
Quella non fu una scelta dettata dal lavoro o dal desiderio di cambiare vita.
Fu semplicemente la priorità più grande che avessi in quel momento.
Ci sono momenti in cui esistono priorità che vengono prima di tutto.
Esattamente.
Sono tornato e ho affrontato quello che puoi immaginare: un lutto enorme.
Ero ancora molto giovane, il primo di quattro figli.
A un certo punto mi sono fermato a riflettere.
Avevo vissuto a Roma, a Milano, a Los Angeles.
Ma, soprattutto, avevo bisogno di capire dove mi sentissi davvero a casa.
Per molti anni non avevo avuto un rapporto semplice con il mio paese. Non tanto con Nusco in sé, quanto con l’idea di vivere in un luogo che, da adolescente, percepivo troppo piccolo per le mie ambizioni.
Ero un ragazzo molto introverso.
La mia vera vita era dentro casa.
Fuori dalla scuola frequentavo pochissimo i miei coetanei. Il mio mondo era Internet. Passavo ore a scoprire cosa ci fosse oltre i confini del paese.
Ricordo ancora i miei genitori che insistevano perché uscissi di più, proprio come facevano i miei fratelli.
Ma io ero fatto così.
Col tempo ho capito che il problema non era il luogo.
Ero io ad avere bisogno di trovare il mio spazio.
Era semplicemente il tuo carattere. Non eri sbagliato. E, in fondo, quella che allora sembrava una difficoltà è diventata la tua fortuna. È stata una parte importante del tuo percorso.
Sì.
Quando sono tornato, mi sono fatto conoscere nel mio paese per la persona che ero diventato grazie alle esperienze vissute a Milano, a Roma e in tutti gli altri luoghi.
Rientro definitivamente tra la fine del 2015 e l’inizio del 2016.
Nel frattempo, insieme alla mia famiglia e a mia madre, avevamo aperto un bed & breakfast.
Per me non è semplicemente una struttura ricettiva.
È un luogo dell’anima.
Rappresenta il progetto che avevamo costruito insieme e che racchiude tutto l’amore che mia madre metteva nelle cose.
Credo che il mio gusto estetico derivi in gran parte da lei, dalla sua attenzione per i dettagli, dall’amore per l’arredamento e per la bellezza.
Tra il 2016 e il giugno del 2017 mi dedico completamente a Donna Chiara.
Scopro un lavoro che mi piace molto, perché anche lì il contatto con le persone è continuo.
Nel frattempo mi rendo conto che tutte le relazioni costruite negli anni a Milano continuano a essere una risorsa preziosa.
Comincio così a organizzare piccoli eventi privati, ricevimenti e a occuparmi anche di ufficio stampa.
Grazie ai contatti costruiti nel tempo, riesco a far parlare di Donna Chiara su testate come Vanity Fair, Corriere della Sera e molte altre.
Il tutto senza l’ansia di dover dimostrare qualcosa a qualcuno.
Senza dover dimostrare nulla.
Esatto.
Dopo circa un anno e mezzo, però, mentre stavo ancora elaborando tutto il dolore vissuto, mi resi conto che non sarei stato felice facendo quel lavoro per tutta la vita.
Non ti vedevi lì per sempre.
Esattamente.
Nusco è un luogo meraviglioso, ma per le mie ambizioni e per il tipo di percorso che desideravo costruire non era il posto giusto in cui fermarmi definitivamente.
Così, nel giugno del 2017, preparai una valigia e ripartii per Milano.
Da quel momento iniziò un’altra fase completamente nuova della mia vita.
Ripartii per Milano e mi ritrovai a lavorare in un settore che non avrei mai immaginato.
Entrai nel mondo dell’autonoleggio.
E, credimi, sono probabilmente la persona più lontana possibile sia dal mondo delle automobili sia da quello del calcio.
Eppure, in quegli anni, mi ritrovai a lavorare per un’importante azienda di autonoleggio e a collaborare con una delle principali squadre di Serie A.
Una sorta di legge del contrappasso.
Esattamente.
Sono stati sette anni e mezzo intensissimi.
Per fortuna continuavo a fare quello che mi piaceva davvero: la comunicazione.
Diventai Social Media Manager dell’azienda e responsabile di numerosi progetti speciali, molti dei quali ancora oggi rappresentano un motivo di orgoglio.
Soprattutto, ho conosciuto persone straordinarie.
Ancora oggi considero quei colleghi una parte fondamentale del mio percorso professionale e umano.
Sono profondamente riconoscente a quell’azienda, perché mi ha dato la possibilità di ricominciare.
Quando tornai a Milano dovetti ripartire praticamente da zero.
Milano non fa sconti a nessuno, soprattutto nel settore della comunicazione. Basta allontanarsi per qualche mese e c’è subito qualcun altro pronto a prendere il tuo posto.
È una lezione che porto ancora con me.
In quegli anni scoprii anche una cosa curiosa: si può essere creativi perfino lavorando con le automobili e con il calcio.
Mi ritrovavo a San Siro durante partite che mio padre e i miei fratelli avrebbero pagato per vedere.
Io ero lì con lo stesso entusiasmo con cui loro sarebbero andati allo stadio… e con cui io sarei andato a un concerto di Paola & Chiara.
Questo rende bene l’idea.
Dopo sette anni e mezzo decido di lasciare quell’azienda.
Inizia così una nuova fase della mia vita, probabilmente la più importante fino a oggi.
Apro la partita IVA e ricevo una proposta da un’agenzia di talent management e organizzazione eventi di Milano.
Era una realtà che mi corteggiava da tempo.
Io, però, esitavo: in fondo stavo bene dove lavoravo.
Con il passare degli anni, però, sentivo che quel lavoro mi offriva sempre meno stimoli creativi.
E io non sono una persona fatta per timbrare il cartellino dalle nove alle diciotto.
Dopo tanti anni di routine mi sentivo quasi come Fantozzi: la stessa sveglia, lo stesso tragitto, le stesse giornate.
Alla fine accettai la proposta.
Tra l’altro arrivava da quella che oggi è una delle mie migliori amiche.
Abbiamo iniziato questo percorso insieme e oggi il mio lavoro consiste principalmente nel talent management e nella direzione creativa.
Seguo progetti per brand nazionali e internazionali, occupandomi di strategie, creatività ed eventi.
E probabilmente continuerai ancora per molti anni a fare questo lavoro. Ma, in tutto questo continuo andare e venire tra Stati Uniti, Roma e Milano, a un certo punto decidi di mettere insieme tutte le conoscenze, i contatti e le amicizie costruite negli anni per creare qualcosa di tuo. Nasce così un evento. Perché?
Ogni volta che mi fanno questa domanda potrei dare mille risposte diverse.
La verità è che, fino in fondo, non lo so nemmeno io.
Posso dirti però una cosa.
Ero profondamente orgoglioso di Donna Chiara, del progetto costruito insieme a mia madre e al sostegno costante di mio padre, che è sempre stato una figura fondamentale nella mia vita.
Un giorno parlavo con Giulia, che oggi è anche CEO dell’agenzia con cui collaboro, e le dissi:
“Mi piacerebbe organizzare una piccola festa a Donna Chiara. Ma soprattutto mi piacerebbe portarvi a conoscere il luogo in cui sono nato.”
Sono venuti.
E se ne sono innamorati.
Si sono innamorati profondamente di Nusco.
Come succede praticamente a chiunque venga in Irpinia.
Esattamente.
Da quel momento, ormai da quasi dieci anni, tutti i miei amici di Milano continuano a tornare qui.
Oggi è anche grazie al festival, certo.
Ma nessuno è obbligato a venire.
Potrebbero scegliere qualsiasi altra destinazione.
E invece decidono ogni anno di tornare.
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Quella piccola festa è diventata un evento importante.
Sì.
Nel 2019 quella festa era ancora semplicemente una festa.
Non esisteva ancora il festival.
Era un evento organizzato all’interno di Donna Chiara, aperto al pubblico ma ospitato in uno spazio privato.
Invitammo alcuni amici.
Una ragazza realizzò delle T-shirt dedicate all’evento.
Io desideravo anche un momento musicale.
Così invitammo un cantautore.
Per una serie di coincidenze fortunate — ma soprattutto grazie al rapporto di amicizia che ci legava — quell’artista era Diodato.
Pochi mesi dopo avrebbe vinto il Festival di Sanremo con Fai rumore, una canzone che, secondo me, è tra le più belle ad aver mai trionfato al Festival.
Forse sono di parte.
Ma continuo a pensarlo.
Quella sera parteciparono circa duecento persone.
Forse duecentocinquanta.
Non di più.
Era un evento nato esclusivamente dal passaparola.
Amici che invitavano altri amici e persone del posto incuriosite dall’iniziativa.
Per darti un’idea, quella sera probabilmente solo cinque persone conoscevano davvero Diodato.
Durante l’organizzazione, però, sentivo che mancava ancora qualcosa.
Volevo che quell’evento avesse anche un significato sociale.
Così entrai in contatto con un’associazione di donne che aveva affrontato il tema della malattia oncologica.
Da quell’incontro si è aperto un mondo.
Conobbi persone straordinarie.
Donne fortissime, sempre positive e propositive, nonostante avessero affrontato il percorso della malattia.
Grazie a loro ho scoperto un mondo fatto di prevenzione, solidarietà e attenzione verso gli altri.
Ma ho imparato anche un’altra cosa importante: il valore delle parole.
Noi diciamo spesso, quasi senza accorgercene, che una persona “sta combattendo una guerra”.
Loro, invece, mi dissero una frase che non ho più dimenticato:
“Non stiamo combattendo nessuna guerra. Siamo persone malate di cancro. Chiamiamo le cose con il loro nome.”
Mi hanno insegnato che usare le parole giuste aiuta anche ad affrontare la paura.
Da quell’incontro è nata una collaborazione che continua ancora oggi.
Dal 2019 tutto il ricavato del festival, al netto delle spese organizzative, viene destinato ai loro progetti.
Negli anni il festival è cresciuto tantissimo e, con lui, anche le spese.
Noi siamo praticamente un’autoproduzione.
Lo dico con orgoglio: a parte alcuni sponsor tecnici e alcune preziose realtà locali, non abbiamo mai costruito questo progetto grazie a grandi finanziamenti o fondi pubblici.
È un festival che vive soprattutto grazie al lavoro delle persone che ci credono.
In questi anni, insieme all’associazione, abbiamo sostenuto diversi progetti.
Abbiamo contribuito all’acquisto di parrucche per persone che affrontano la chemioterapia, scoprendo una realtà che molti ignorano: una parrucca può costare anche quattro o cinquemila euro e non tutti possono permettersela.
Abbiamo inoltre contribuito all’acquisto di un macchinario che aiuta a preservare il cuoio capelluto durante i trattamenti.
Sono iniziative di cui andiamo profondamente fieri.
Quest’anno il festival arriverà alla sua sesta edizione.
E oggi il festival è diventato un appuntamento attesissimo. Qui in Irpinia lo chiamiamo quasi l’anticipo di Sanremo, perché da alcune edizioni siamo abituati a vedere esibirsi artisti che, pochi mesi dopo, salgono sul palco dell’Ariston. Noi abbiamo il privilegio di ascoltarli prima. Ed è anche grazie ad Angelo e a Ci Vediamo a Casa Festival.
Però ci tengo a precisare una cosa.
Questo non è il festival di Angelo.
È il festival di tutte le persone che lo costruiscono insieme a me.
Parliamo di amici, di famiglia e di oltre quaranta volontari che ogni anno rendono possibile tutto questo.
Chi partecipa vede uno spettacolo che dura una sera.
Magari gli piace, magari no.
Ma dietro quella sera ci sono almeno sette o otto mesi di lavoro.
Il nostro format è quello di una grande notte di spettacolo.
Non ospitiamo soltanto musicisti, ma anche scrittori, personaggi televisivi e artisti provenienti da mondi diversi.
Tutto nasce da un enorme lavoro di squadra.
I grandi eventi richiedono tempo, organizzazione e tanto impegno.
Assolutamente.
C’è tutta una fase di scouting degli artisti.
Contatti cinquanta persone e magari quarantanove ti dicono di no.
Ma si continua a lavorare finché non si trova la soluzione giusta.
Però ormai possiamo dirlo: il festival porta fortuna.
Forse sì.
Con Diodato è successo.
Con Ditonellapiaga è successo.
Con Alfa è successo.
Abbiamo avuto tantissimi artisti che, dopo essere passati dal festival, hanno vissuto momenti importanti della loro carriera.
Naturalmente è anche una coincidenza.
Ma ci piace pensare che porti bene.
Per me, però, la cosa più importante è un’altra.
Ogni artista che invitiamo viene scelto prima di tutto perché lo stimiamo.
Da direttore creativo non potrei mai portare sul palco qualcuno in cui non credo.
E soprattutto scelgo persone che condividano i valori del festival.
Questa è la nostra vera missione.
Quindi non ti attribuisci nessun merito particolare.
No.
Quella è soltanto una bellissima coincidenza.
Se poi ogni anno continua a succedere… tanto meglio.
Forse è quella stessa voce che, anni fa, ti ha riportato a Nusco. È la stessa voce che continua a darti la forza di portare avanti questo progetto. Un progetto bellissimo. Quando questo episodio de La Falda andrà in onda, mancheranno ormai pochi giorni alla nuova edizione di Ci Vediamo a Casa Festival. Noi vi invitiamo a seguirlo sui social e, naturalmente, a seguire anche Angelo. Grazie per aver condiviso con noi la tua storia e per averla fatta emergere. Noi ci vediamo al prossimo episodio.
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