Ci sono storie che scorrono in superficie e altre che restano nascoste in profondità. Oggi siamo qui per far emergere quella di Piero. Benvenuto nella Falda. Partiamo dalle tue origini. Sei irpino, anche se la tua storia ha qualche sfumatura particolare.
Sì, sono nato ad Avellino, ma vivo a Villamaina e lì sono cresciuto.
Hai studiato in Irpinia e poi hai deciso di seguire la tradizione di famiglia, diventando farmacista.
Piero: Esatto. Mi sono laureato in Chimica e Tecnologie Farmaceutiche e oggi porto avanti l’attività di mia madre nella farmacia di famiglia.
Eppure, come accade a molti ragazzi che crescono nelle aree interne, hai coltivato anche un’altra grande passione: la musica.
Piero: Più che un sogno, è stata una necessità. Quando vivi in un piccolo paese hai poche alternative: o giochi a calcio, oppure trovi un altro modo per esprimerti. Io non ero portato per lo sport, così insieme ad alcuni amici ho fondato i Molotov d’Irpinia. All’inizio era semplicemente un modo per riempire il tempo, per fare qualcosa di diverso e stare insieme.
Una classica garage band.
Piero: Esattamente. Vent’anni fa nasceva un gruppo praticamente ogni estate. Noi abbiamo avuto la fortuna di emergere e di costruire negli anni un pubblico molto affezionato. Oggi, invece, mi dispiace vedere che nascono sempre meno band. È un fenomeno curioso, soprattutto perché oggi esistono molte più opportunità di formazione musicale rispetto al passato.
Come te lo spieghi?
Piero: Probabilmente oggi ci sono tante altre distrazioni. Si trascorre molto tempo davanti a uno schermo e si perde quella dimensione dell’incontro che una volta era naturale. La garage band non era soltanto un progetto musicale: era un luogo dove ritrovarsi, condividere idee, ristrutturare insieme il garage o la cantina in cui provare. Era un modo di vivere prima ancora che un modo di fare musica.
E da quei garage siete arrivati a calcare palchi importanti.
Piero: Sì, abbiamo suonato praticamente in tutte le piazze dell’Irpinia e della Campania, partecipando anche a festival di rilievo nazionale. È stato un percorso che non avremmo mai immaginato.
A un certo punto, però, avete iniziato a distinguervi dalle altre band.
Piero: All’inizio eravamo una cover band, come tante altre. Suonavamo pop e rock. Poi, con il passare del tempo, ho sentito l’esigenza di scrivere canzoni mie. Sono l’autore sia delle musiche sia dei testi e, quando scrivo, racconto quello che vedo e quello che vivo. In quegli anni stavano nascendo i social network e questo ci ha dato una spinta enorme.
Il primo brano che pubblicammo raggiunse in poche settimane centinaia di migliaia di visualizzazioni. Da lì iniziò tutto.
All’inizio ci chiamavamo semplicemente “Molotov”, ma il nome entrava in conflitto con quello della celebre band messicana. Quando il nostro canale YouTube raggiunse numeri importanti, ci fu chiesto di modificarlo. Così nacquero ufficialmente i Molotov d’Irpinia: un nome che richiama le nostre radici e il territorio da cui proveniamo.
Siete tutti musicisti irpini e spesso traete ispirazione dalla vostra terra. Tuttavia avete scelto di non percorrere la strada, seguita da molte altre band, dei brani in dialetto o strettamente legati alla tradizione popolare.
Piero: All’inizio abbiamo sperimentato anche qualcosa in dialetto, ma il nostro obiettivo è sempre stato un altro: raccontare l’Irpinia con un linguaggio musicale personale. Volevamo che, ascoltando una canzone, si potesse riconoscere immediatamente il nostro stile.
Con il tempo il progetto è cresciuto. Grazie all’incontro con alcuni produttori abbiamo ampliato il nostro orizzonte, iniziando a raccontare anche storie che andavano oltre il territorio. Questo non significa aver rinunciato alle nostre radici: al contrario, oggi il nostro obiettivo principale è portare vita e musica nei paesi delle aree interne, in luoghi che per gran parte dell’anno restano silenziosi.
Per questo abbiamo scelto di fare meno concerti, ma più significativi. Preferiamo concentrare il pubblico su eventi capaci di lasciare un segno, anziché disperderlo in tante date.
Dopo vent’anni di attività il gruppo continua a evolversi. C’è stato un momento in cui avete pensato: “Adesso ce l’abbiamo fatta”?
Piero: A dire il vero, no. Non abbiamo mai inseguito il successo come obiettivo. Il vero lusso è poter continuare a vivere la musica come una passione.
Quando non dipendi da questo lavoro hai la libertà di fermarti, di non inseguire gli algoritmi o le mode del momento. Puoi fare musica solo quando senti davvero di avere qualcosa da raccontare.
Se devo individuare un momento speciale, penso al concerto sul Corso Vittorio Emanuele di Avellino. Siamo stati l’unica band irpina a esibirsi in quella cornice davanti a oltre ventimila persone. È stata un’emozione enorme.
Dopo il concerto l’adrenalina è rimasta addosso per giorni. Rivedere le immagini di quella piazza piena, sentire migliaia di persone cantare le nostre canzoni e pensare che tutto era iniziato in una piccola cantina di paese ci ha fatto capire quanto strada avevamo percorso.
I numeri parlano da soli: vent’anni di attività, quattro album di inediti e oltre quaranta brani pubblicati. Dobbiamo aspettarci nuova musica?
Piero: Ci stiamo pensando, ma senza fretta. Oggi non sentiamo più il bisogno di dimostrare qualcosa a qualcuno. Vogliamo divertirci e prenderci il tempo necessario.
Quando arriverà l’ispirazione pubblicheremo qualcosa di nuovo, ma solo se saremo convinti della qualità del risultato. Preferiamo aspettare piuttosto che pubblicare un brano soltanto per alimentare la presenza sui social.
C’è una canzone a cui sei particolarmente legato?
Piero: È difficile sceglierne una. Ogni brano rappresenta un momento diverso della nostra storia.
La soddisfazione più grande, però, arriva quando il pubblico canta insieme a noi. È quello il momento in cui una canzone smette di appartenere all’autore e diventa delle persone.
Tra i brani più partecipati durante i concerti c’è sicuramente Chi guida, ma in generale amo vedere la gente emozionarsi, cantare e vivere quei momenti insieme a noi. Certo, dopo tanti anni è naturale sentire il desiderio di scrivere musica nuova: è questo che tiene viva la creatività.
Qual è il consiglio che daresti ai ragazzi che oggi sognano di mettere in piedi una band?
Piero: Direi di provarci, anche se non hanno studiato musica. La passione viene prima della tecnica.
Suonare bene è importante, ma non basta. La musica dal vivo è soprattutto comunicazione: significa riuscire a trasmettere qualcosa a chi ti ascolta.
Esistono musicisti straordinari che restano chiusi nella loro cameretta e artisti con meno competenze tecniche che, una volta saliti sul palco, riescono a emozionare migliaia di persone.
Se riesci a creare un’emozione, hai già trovato l’ingrediente più importante.
Per questo il mio invito è semplice: mettetevi insieme, condividete le vostre passioni e formate una band. Le aree interne hanno bisogno di nuova musica, di nuove idee e di giovani che abbiano voglia di creare occasioni di incontro.
Emozionate la gente. Grazie, Piero, per aver condiviso con noi la tua storia.
Piero: Grazie a voi.
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